Come finirà l’epidemia di coronavirus?

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Come finirà l’epidemia di coronavirus?

L’incapacità dei governi di contenere il coronavirus implica che questo potrebbe durare a lungo.

Di Brian Resnick    @B_resnick    brian@vox.com   Aggiornato il 7 marzo 2020, 10:02 EST

 Gli studenti celebrano un memoriale per il Dr. Li Wenliang, che era un informatore per il coronavirus, fuori dal campus della UCLA a Westwood, in California, il 15 febbraio 2020. Mark Ralston/AFP via Getty Images

 

Parte della guida di Vox al coronavirus Covid-19

Alla fine di gennaio, ho posto una semplice domanda a diversi esperti della sanità pubblica e dell’epidemiologia: come finirà l’epidemia di coronavirus Covid-19? A quell’epoca, il virus si stava ancora diffondendo principalmente in Cina, e gli scienziati con cui abbiamo parlato hanno delineato uno scenario di speranza: il contenimento.

L’idea è quella per cui, identificando e isolando i malati, il virus potrebbe non diffondersi nelle comunità di tutto il mondo. Sembrava ragionevole: il contenimento era il modo in cui l’epidemia di SARS del 2003 – causata anche da un membro della famiglia dei coronavirus – era terminata.

Ora, molti esperti dicono a Vox che quello scenario sembra impossibile. “Due o tre settimane fa, speravamo ancora in un contenimento”, afferma Tara Smith, epidemiologa alla Kent State University. “Abbiamo davvero passato questo… Ora, il cavallo è uscito dalla stalla.”

Una delle ragioni di questa prospettiva ha a che fare con ciò che abbiamo appreso, a proposito dello stesso virus: ora, ci sono prove del fatto che chi non mostra sintomi gravi può diffonderlo silenziosamente.

Un altro motivo è nel ritardato lancio di test diagnostici negli Stati Uniti e in altri Paesi, come l’Italia e l’Iran: non abbiamo un conteggio preciso dei casi, né sappiamo dove il virus potrebbe diffondersi.

Jay Inslee, Governatore di Washington, e Patty Hayes, Direttore della Sanità Pubblica per Seattle e per la King County, si rivolgono a dipendenti della Sanità Pubblica, a proposito del coronavirus a Seattle, Washington, il 29 gennaio 2020. Jason Redmond/AFP via Getty Images

 

Attualmente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che ci sono oltre 100.000 casi confermati di Covid-19 in tutto il mondo, con oltre 3.400 decessi. Potrebbero essercene molti altri non rilevati e non confermati, sia qui che all’estero.

Data questa nuova fase incerta, ho deciso di tornare da alcuni degli stessi virologi, immunologi ed epidemiologi (ed altri nuovi), con la mia domanda: come finirà questo focolaio?

La risposta più spiacevole che costoro hanno dato è la possibilità che il Covid-19 continui a diffondersi rapidamente e diventi endemico, infettando costantemente gli esseri umani, come il comune raffreddore.

“Senza un efficace vaccino, non so come finirà, prima di raggiungere milioni di infezioni”, afferma Nathan Grubaugh, epidemiologo della Yale School of Public Health.

A dire il vero, vi è molta incertezza sul virus e su come questo si diffonderà. Non esiste ancora un unico e preciso tasso di mortalità per la malattia. Poco si sa, circa la suscettibilità dei bambini. Così, tanto può ancora cambiare. Ma abbiamo chiesto a questi esperti di tener conto delle migliori prove disponibili.

 

A tale proposito:

Coronavirus negli Stati Uniti: monitoraggio dei casi e dei morti

 

Il fatto che il virus non sia stato contenuto, non significa che non siamo in grado di prevenire malattie gravi e decessi, tra i più vulnerabili. C’è ancora molto, che le comunità possono fare, per rallentarne la diffusione, salvare vite umane e guadagnare del tempo cruciale per poter sviluppare una cura o un vaccino. Vi sono molte biforcazioni sulla strada, dall’epidemia all’endemìa. Possiamo ancora salvare delle vite e possiamo ancora evitare scenari peggiori.

 

Perché gli scienziati ritengono che, ora, sia improbabile un contenimento?

All’inizio di questa settimana, il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato di ritenere che il contenimento sia ancora possibile, e che questo dovrebbe essere una priorità assoluta per tutti i Paesi.

 

Quello che gli epidemiologi e i virologi mi hanno detto, è che il contenimento, almeno negli Stati Uniti, finora non ha funzionato. E più falliscono gli sforzi di contenimento, più essi diventano difficili da attuare.

Il più grande fallimento è quello relativo alla lenta attuazione dei test diagnostici. I Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie riportano di aver contato, al 6 marzo, 164 casi di Covid-19 negli Stati Uniti, 110 dei quali sotto indagine (Il New York Times riporta 308 casi, inclusi quelli degli infetti all’estero, a partire dal 7 marzo).

Gli epidemiologi temono che il numero effettivo dei casi sia molto più elevato. Il CDC è stato lento nel riportare i test diagnostici del Covid-19 ai laboratori (in parte, a causa di un errore di produzione).

E, inizialmente, i test erano limitati a un numero limitato di persone, che avevano viaggiato nei Paesi colpiti.

Tutto ciò significa: “Non sappiamo quale sia effettivamente la prevalenza” negli Stati Uniti, afferma Angela Rasmussen, una virologa della Columbia. Due settimane fa, dice costei, “avrei probabilmente detto che esiste una possibilità che questo virus diventi endemico”. Ora, “Penso che, data la risposta della Salute Pubblica del nostro Governo, sono molto più allarmata dal fatto che, probabilmente, esso diventerà endemico”.

E ancora, questa settimana, il Governo Federale sta lavorando per produrre test.

Gli impiegati della Sanità Pubblica lavorano in un centro di comando, istituito per gestire una risposta al coronavirus a Seattle, Washington, il 29 gennaio 2020. Jason Redmond / AFP via Getty Images

 

Nel frattempo, il virus si diffonde. Il lavoro genetico investigativo dello Stato di Washington suggerisce che il virus è in circolo, lì, da almeno sei settimane. Il modello statistico suggerisce che potrebbero esserci da 500 a 600 casi di Covid-19 nell’area di Seattle, riferisce la STAT.

La biologia del virus ne rende anche difficile il contenimento, poiché è possibile che il virus si diffonda, prima che se ne mostrino i sintomi. “Non credo che conosciamo abbastanza bene la frequenza con cui ciò accade, ma sta accadendo”, afferma Grubaugh. Con la SARS, nel 2003, le persone infette non diffondevano il virus, se prive di sintomi. Inoltre, esse tendevano ad ammalarsi di più, contraendo spesso la polmonite. Ciò ha reso i casi più facili da rilevare e da isolare.

Tutto quanto suespósto è una ricetta per un’epidemia che diventa endemica, o per una malattia capace di contagiare. Gli esseri umani non hanno mai visto questo virus prima d’ora, il che significa che non siamo immuni. Si tratta anche di una ricetta per milioni di potenziali infezioni in una pandemia – un’espansione mondiale di una nuova malattia.

 

Cosa potrebbe accadere: un’enorme parte del mondo potrebbe essere infettata

Di recente, potresti aver letto un titolo allarmante sull’Atlantic: è probabile che tu contragga il coronavirus.

Tale affermazione si basava su una stima, proposta da Marc Lipsitch, epidemiologo di Harvard, il quale prevedeva che tra il 40% e il 70% di tutti gli adulti del mondo avrebbe contratto il virus entro un anno.

Da allora, Lipsitch ha rivisto tale stima al ribasso e con una portata maggiore: ora, egli stima che sia plausibile che dal 20% al 60% degli adulti contrarrà la malattia. Se questo accade, pur essendo spiacevole, non è apocalittico: la maggior parte dei casi di Covid-19 è lieve. Ma ciò significa che milioni potrebbero morirne.

In una e-mail, Lipsitch afferma che il suo modello “presuppone che la trasmissione nel resto del mondo sia almeno abbastanza simile a quella avvenuta in Cina”. Ma “tali ipotesi dovrebbero essere avanzate con umiltà”, aggiunge, poiché c’è ancora molto da scoprire, che avrà un impatto sulla previsione (tra cui, il ruolo dei bambini nella diffusione della malattia).

La linea di fondo del suo modello, tuttavia, è che una parte considerevole della popolazione umana sia a rischio di contrarre questo virus. Ciò potrebbe non accadere, specialmente se si svilupperà un vaccino o un altro trattamento. Ma è possibile che accada.

Christina Animashaun/Vox

 

Se il virus non può essere contenuto, sostiene Lipsitch, l’unico modo per ottenere questo controllo è che il 50% degli esseri umani ne diventi immune.

Ciò potrebbe accadere se l’epidemia diventasse davvero una pandemia. Se un numero sufficiente di persone contraesse il Covid-19 e sviluppasse una risposta immunitaria, “essenzialmente creerebbe la propria immunità di gregge”, afferma Grubaugh. “Ma, sai, ciò avverrà solo dopo che il virus avrà causato milioni di infezioni in tutto il mondo”.

Ovviamente, questa è tutt’altro che una situazione ideale. È anche possibile, ipoteticamente, che il virus diventi meno mortale nel tempo, attraverso l’evoluzione: sostanzialmente, le versioni più letali del virus muoiono, dopo aver ucciso i loro ospiti.

C’è ancora un modo, per passare dall’attuale epidemia ai numeri proiettati supra. Alcuni dei percorsi sono peggiori degli altri. Il rischio è elevato e potremmo non essere in grado di contenere il virus. Ma abbiamo gli strumenti per rallentarlo.

 

Lo scenario da incubo: un enorme picco improvviso in alcuni casi

Lo scenario peggiore per l’epidemia, negli Stati Uniti, è quello per cui ci siano improvvisi picchi di infezioni tra molte comunità, in tutto il Paese. Un tale picco potrebbe sopraffare il sistema sanitario statunitense.

“Questa è una delle opzioni più pericolose, a tale riguardo”, ha detto a febbraio Ron Klain, che ha guidato la risposta all’epidemia di Ebola nel 2014, sotto l’amministrazione Obama. “E se, all’improvviso, 10.000 malati avessero bisogno di essere ricoverati in una grande città? Non abbiamo a disposizione 10.000 letti supplementari”.

Providence Regional Medical Center, dove è stata osservata la prima persona nota, negli Stati Uniti,

infetta da coronavirus, il 21 gennaio 2020. Jason Redmond/AFP via Getty Images

 

Gli ospedali sono già preoccupati per la carenza di attrezzature. E i malati, precipitandosi negli ospedali, potrebbero infettare gli operatori sanitari – così come altri pazienti vulnerabili, in particolare gli anziani – lasciando il sistema in condizioni ancor più pesanti di stress.

“A Wuhan, abbiamo visto 1.000 operatori sanitari ammalarsi e abbiamo avuto almeno il 15% dei soggetti malati gravi e in terapia intensiva”, ha dichiarato lo scorso giovedì Peter Hotez, un esperto di vaccini del Baylor College of Medicine, davanti a un comitato della Camera. “E questo è molto pericoloso, perché non solo quelle persone verrebbero sottratte dalla forza-lavoro sanitaria, ma c’è anche da aggiungere l’effetto demoralizzante sui colleghi che si prendono cura dei colleghi…

Tutto potrebbe andare in pezzi, se ciò dovesse iniziare a succedere”.

Ma questo scenario da incubo non è inevitabile.

“Se riuscissimo a rallentare questo processo, in modo che le infezioni si verifichino nel corso di 10 o 12 mesi, anziché in un mese, ciò farebbe una grande differenza, per quanto concerne il numero di persone gravemente infette, o di quante persone potrebbero essere ricoverate in ospedale, e di quante ne perirebbero”, dice Smith. “Ne parliamo come del c.d. «appiattimento della curva epidemica» – in modo che non ci sia un grande picco improvviso in alcuni casi, ma che ci sia un plateau più moderato nel tempo”.

E questo è l’attuale obiettivo: appiattire la curva.

Appiattimento della curva epidemica in un diagramma. CDC

 

Lo scenario migliore: le misure di Salute Pubblica rallentano la diffusione e danno agli scienziati il tempo di lavorare sulle cure

Ora, i nuovi casi in Cina stanno diminuendo, grazie alle drammatiche misure assunte dal Governo per contenere il virus – principalmente, la ricerca dei casi, la ricerca dei contatti e la sospensione degli incontri pubblici – come ha detto Bruce Aylward, l’epidemiologo dell’OMS, che ha condotto lì una recente missione, alla mia collega Julia Belluz.

Negli Stati Uniti, c’è ancora del tempo per mettere in atto quegli sforzi in grado di appiattire quella curva.

Nello Stato di Washington, i funzionari sanitari chiedono ora ai gruppi della comunità di annullare gli eventi che raccolgano più di 10 persone, e raccomandano che le persone lavorino in telelavoro, se possibile.

Alle donne incinte, alle persone di età superiore ai 60 anni e alle persone che hanno sottostanti patologie, viene chiesto di rimanere a casa. Più Stati e più comunità potrebbero dover imporre tali misure, nelle prossime settimane. Quindi, prepàrati.

 

A tale proposito:

Che cos’è il “distanziamento sociale” e come può esso rallentare l’epidemia di coronavirus?

“Dobbiamo anche smettere di farci prendere dal panico e di stigmatizzare le persone appartenenti a diverse etnie: questo renderà le persone più restie a parlare e a cercare cure”, afferma Abraar Karan, medico dell’ospedale Brigham and Women e della Harvard Medical School. “La malattia dovrebbe mostrarci che siamo tutti connessi e che abbiamo bisogno di aiutarci a vicenda, non di dividerci”.

Le persone possono contribuire a rallentare la diffusione del virus, attraverso misure come lo stare a casa quando ti senti solo un po’ malato (anche quando ciò è scomodo), il lavarsi spesso le mani e il seguire le raccomandazioni ufficiali della sanità pubblica, riguardanti l’evitare le grandi folle di persone.

Questo è il punto di vista ottimistico: così facendo, rallenteremo la diffusione e aiuteremo le nostre comunità e i più vulnerabili.

Il punto di vista pessimistico: a causa dei ritardi nei test, l’epidemia potrebbe durare più a lungo di quanto le autorità si rendano attualmente conto – e, quindi, sarebbe più difficile da contenere. “C’è sicuramente la possibilità di imporre misure di allontanamento sociale; ma non sappiamo se siamo ancora all’interno di quella possibilità, perché, in assenza dei test, non abbiamo idea di cosa stia succedendo”, avverte Grubaugh.

 

Lo scenario fortunato: il Covid-19 cesserà, in via naturale, di diffondersi velocemente durante l’estate

Un altro fattore, che potrebbe potenzialmente rallentare la diffusione del coronavirus, è il cambio di stagione.

Per una serie di motivi, alcuni virus – ma non tutti – diventano meno trasmissibili, quando la temperatura e l’umidità aumentano, nel corso dei mesi estivi. Gli stessi virus, in queste condizioni, potrebbero non sopravvivere a lungo sulle superfici. Inoltre, cambierebbe il comportamento umano, e passeremmo meno tempo in spazi ristretti. “Molto, di come finirà l’epidemia o, almeno, di come progrediranno le cose nei prossimi mesi, dipende davvero dal fatto che questa situazione possa essere stagionale”, afferma Grubaugh.

Ciò è ancora grandemente ignoto. “Il fatto per cui alcune malattie respiratorie, come l’influenza, dimostrano la stagionalità, non significa che anche il Covid-19 lo faccia”, afferma Maimuna Majumder, un’epidemiologa di Harvard. Recentemente, costei e i suoi colleghi hanno pubblicato una prima versione di un documento (che non è stato sottoposto a revisione paritaria), che ha scoperto che i cambiamenti climatici in tutta la Cina non sembravano aver influenzato il corso dell’epidemia.

Una ricercatrice lavora in un laboratorio che sta sviluppando dei test per il coronavirus, presso il Hackensack Meridian Health Center for Discovery and Innovation a Nutley, nel New Jersey, il 28.02.2020.

Kena Betancur/Getty Images

 

Lo studio suggerisce che l’umidità – che sembra sia correlata alla stagionalità dell’influenza – non è correlata alla trasmissibilità del Covid-19, afferma costei, che sottolinea inoltre di trattare i dati come “provvisori”, e che il suo gruppo sta ancora studiando gli effetti potenziali della temperatura sulla trasmissibilità dello stesso.

Ma, se il Covid-19 è stagionale, ciò non significa che esso scompaia dopo l’estate. “Probabilmente, esso non scomparirà per magia”, dice Grubaugh. “Il prossimo inverno potrebbe essere il grande inverno“.

E, se è stagionale, è ancora pericoloso. Sarebbe come l’influenza, “senonché, potenzialmente, con un tasso di mortalità più elevato”, afferma Rasmussen. “Il che è sicuramente un problema, perché l’influenza stagionale uccide ogni anno da 30.000 a 60.000 americani. E, anche se si tratta dello stesso tasso di mortalità dell’influenza stagionale, ciò rappresenta comunque un sostanziale onere per la salute pubblica”.

 

Come potrebbe davvero finire quest’epidemia: con un vaccino

Per porre fine a questo focolaio, una volta per tutte, avremmo bisogno di trattamenti antivirali o di un vaccino. Questi sono attualmente in produzione, a una velocità record. I ricercatori stanno lavorando su nuove tecnologie per i vaccini – come i vaccini per l’mRNA, che non usano affatto i virus nel loro processo di produzione – nonché su anticorpi terapeutici all’avanguardia.

Detto questo, potrebbe passare ancora un anno o più, prima che la sicurezza e l’efficacia di questi prodotti farmaceutici siano dimostrate. In medicina, l’efficacia non è garantita.

 

A tale proposito:

Una semplice guida su vaccini e farmaci, che potrebbero combattere il coronavirus

Ma questi trattamenti, anche se ci vorrà un anno o più per produrli, potrebbero comunque rivelarsi utili.

“Non sappiamo cosa accadrà con questo virus”, afferma Barney Graham, vice-direttore del Vaccine Research Center at the National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). “Quindi, il nostro compito è quello di cercare di sviluppare interventi che potrebbero essere utilizzati in caso di peggioramento… Abbiamo bisogno di proteggerci”.

 

Ricorda: i focolai sono più dannosi dei malati

È anche importante ricordare che i focolai non colpiscono solo coloro che si ammalano di malattia e che muoiono, ma possono comportare anche danni collaterali.

Le epidemie hanno un impatto economico sulle persone che devono astenersi dal lavoro per una quarantena, su quelle che non possono permettersi cure mediche, nonché sui gruppi che sono ingiustamente presi di mira e stereotipati come portatori di malattie. Man mano che l’epidemia progredisce, questa evidenzierà le crepe della nostra società e il nostro grado di preparazione per future epidemie. Dobbiamo ricordare le lezioni che apprenderemo nei prossimi mesi.

“Penso che finirà probabilmente nel modo in cui è finita la pandemia di H1N1 [influenza] del 2009, la quale, poco dopo la sua fine, è stata dimenticata e le persone non se ne sono più preoccupate”, afferma Rasmussen.

“Ma essa avrà tremendi effetti, davvero negativi e duraturi, per le persone più vulnerabili dal punto di vista medico ed economico, nella nostra società”.

 

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