Come una città italiana del XVII secolo respinse la peste

https://www.history.com/news/plague-italy-public-health-ferrara

Universal History Archive / Universal Images Group / Getty Images

Aggiornato: 3 aprile 2020

Originale: 3 aprile 2020

 

Come una città italiana del XVII secolo respinse la peste

La città di Ferrara riuscì ad evitare anche una sola morte, causata dal contagio diffuso.

Come hanno fatto?

Dave Roos

 

La peste devastò grandi città e città di provincia, nel nord e nel centro Italia, dal 1629 al 1631, uccidendo più di 45.000 persone nella sola Venezia e spazzando via più della metà della popolazione in città come Parma e Verona. Ma, sorprendentemente, alcune comunità furono risparmiate.

In effetti, la città italiana settentrionale di Ferrara riuscì a prevenire anche un’unica morte per la peste, dopo l’anno 1576, anche se le comunità vicine furono devastate. Come hanno fatto? I documenti suggeriscono che furono cruciali, per il successo della città, i controlli alle frontiere, le leggi sanitarie e l’igiene personale.

A partire dal catastrofico avvento della morte nera, nel 1347, le città italiane iniziarono gradualmente a prendere misure pro-attive di sanità pubblica, per isolare i malati, mettere in quarantena i possibili vettori e limitare i viaggi dalle regioni colpite, afferma John Henderson, professore di storia del Rinascimento italiano a Birbeck, Università di Londra, e autore di Florence Under Siege: Surviving Plague in a Early Modern City.

Nel corso dei tre secoli successivi, altre epidemie di peste si verificarono costantemente nelle città italiane densamente popolate, provocando risposte sempre più sofisticate e coordinate. Mentre Henderson afferma che lo stesso set generale di misure anti-peste venne adottato nelle città di tutta Italia, la città di Ferrara, con una popolazione di circa 30.000 abitanti, offre un’affascinante storia di successo.

 

LEGGI DI PIÙ: Pandemie che hanno cambiato la storia

 

Controllo delle frontiere, servizi igienico-sanitari

Un team di ricercatori dell’Università di Ferrara ha scavato tra gli archivi comunali e i manoscritti storici, per scoprire l’approccio rinascimentale alla “gestione integrata delle malattie”. Essi vogliono evidenziare il notevole successo di Ferrara, che ha combinato una rigorosa sorveglianza delle frontiere, un’aggressiva igiene pubblica e i rigorosi regimi di igiene personale, che sfruttano le naturali proprietà antimicrobiche di erbe, oli e persino del veleno di scorpioni e serpenti.

Ferrara è una pittoresca città murata, situata lungo un ramo del Po a metà strada tra Padova e Bologna, che furono entrambe gravemente colpite dalla peste nel 1630. Ferrara, che è un sito patrimonio mondiale dell’UNESCO, si distingue per avere alcune delle prime strade asfaltate nel 1375, nonché un sistema fognario municipale dal 1425.

A partire dal XV secolo, afferma Henderson, le grandi città italiane come Venezia e Firenze rimasero in costante comunicazione con le città più piccole, come Ferrara, per tracciare la diffusione di nuovi focolai di peste. Le informazioni vennero utilizzate per impostare i livelli di minaccia e per coordinare le risposte di sanità pubblica.

A Ferrara, un più alto livello di minaccia significava chiudere tutte le porte della città – tranne due – e piazzare permanenti squadre di sorveglianza, composte da ricchi nobili, funzionari della città, medici e farmacisti.

Chiunque arrivasse alle porte della città doveva portare con sé dei documenti di identificazione, chiamati Fedi (“prove”), per assicurare che fossero arrivati ​​da una zona esente dalla diffusione della peste. Successivamente, costoro sarebbero stati sottoposti a screening, per valutare eventuali segni di malattia.

 

LEGGI DI PIÙ: Perché la seconda ondata dell’influenza spagnola del 1918 fu così mortale

Grande peste di Milano, 1630.

Immagini d’arte / Immagini storiche / Immagini Getty

 

Ospedali per la peste, situati al di fuori delle mura della città

All’interno della città, lo stesso livello di vigilanza è stato impiegato per identificare i casi sospetti di infezione e spostare le persone in uno dei due ospedali per la peste (i lazzaretti), situati al di fuori delle mura della città di Ferrara. Simili ospedali per la peste, a Firenze, hanno curato oltre 10.000 pazienti, durante la peste del 1630-31, ed erano tutti sovvenzionati dallo Stato. Henderson afferma che i medici avevano creduto a lungo che la peste fosse causata da “aria corrotta”, che poteva essere rilasciata dal terreno durante i terremoti.

Anche la corruzione era causata dalla “putrefazione”, da materia in decomposizione e da altri sporchi rifiuti nelle città e nelle campagne.

Nel 1546, il medico italiano Girolamo Fracastoro pubblicò un testo influente sul contagio, in cui sostenne ulteriormente questa teoria. Henderson afferma che costui “sviluppò un’idea chiamata ‘semi della malattia’. È così che lui ha immaginato che la malattia si diffondesse da persona a persona. Quei ‘semi della malattia’ avevano una proprietà ‘appiccicosa’ che le permetteva di aderire anche a vestiti e oggetti”.

Le campagne di risanamento pubblico, in città come Ferrara, emersero in virtù di una lunga tradizione nella legislazione medievale e sanitaria, che fu ulteriormente rafforzata dalle teorie di Fracastoro sul contagio.

Le strade vennero spazzate dall’immondizia e ripulite dagli animali ‘sporchi’ come cani, gatti e galline (nessuna menzione dei ratti). La polvere di calce venne diffusa liberamente su qualsiasi superficie che poteva essere venuta a contatto con una persona infetta.

All’interno delle case, i residenti provarono una serie di misure per disinfettare oggetti e superfici. I mobili eventualmente danneggiati o incrinati furono rimossi e bruciati. Gli oggetti preziosi e il denaro vennero riscaldati vicino al fuoco e vennero spruzzati dei profumi in tutta la casa per 15 giorni. Goli abiti e gli altri tessuti vennero stesi al sole, battuti e cosparsi di profumi.

 

LEGGI DI PIÙ: guarda qui tutto il servizio di copertura per la pandemia.

San Vincenzo de’ Paoli si prende cura delle vittime della pestilenza nel 1630.

Christophel Fine Art / Universal Images Group / Getty Images

 

Balsamo antimicrobico per il corpo

Per l’igiene personale, i cittadini di Ferrara utilizzarono diversi rimedi naturali popolari, prescritti per la protezione contro la peste. Ma ne valutarono uno, rispetto a tutti gli altri: un olio medicinale chiamato Composito. Per legge, una scorta pronta di Composito doveva essere conservata in una scatola chiusa, nel muro del palazzo municipale, e distribuita solo in tempo di pestilenza.

La ricetta segreta del Composito fu inventata dal medico spagnolo Pedro Castagno, che scrisse l’influente “Reggimento contra la peste” di Ferrara, nel quale descriveva come applicare sul corpo il balsamo oleoso.

“Prima di alzarti al mattino, dopo aver acceso un fuoco di erbe profumate (ginepro, alloro e germogli di vite), scalda i vestiti e soprattutto la maglia, strofina prima la regione del cuore vicino al fuoco, per facilitare l’assorbimento del balsamo, poi la gola” scriveva Castagno. “[Successivamente], lavati le mani e il viso con acqua chiara (acqua pulita), mescolata con vino o aceto di rose, con cui tutto il corpo, ogni tanto, dovrebbe essere pulito, usando una spugna”.

 

Veleno aggiunto alla medicina

Castagno non rivelò mai gli ingredienti utilizzati nella produzione del Composito; ma, attraverso l’esame delle registrazioni dei materiali ordinati da Castagno, i ricercatori hanno stabilito che il balsamo conteneva mirra e Crocus sativus, noti entrambi per le loro proprietà antibatteriche, nonché veleno di scorpioni e vipere.

In effetti, la ricetta del Composito non era dissimile dai regimi anti-peste utilizzati in altre parti d’Italia, in particolare dal c.d. “Olio di Scorpione” e da un antico unguento chiamato Theriac, anch’esso a base di veleno di vipera.

“La scelta di usare il veleno è dovuta al fatto che solo un vero veleno potrebbe combattere il veleno della peste”, afferma Henderson.

Secoli dopo, è difficile confermare che la specifica combinazione di misure di sanità pubblica, adottata a Ferrara, fosse davvero il segreto del suo successo. Anche la maggior parte delle città italiane applicò le stesse regole e gli stessi regimi, nella lotta contro la peste. La differenza, afferma Henderson, potrebbe avere a che fare con il livello di applicazione adottato a Ferrara.

 

 

 

Condividi questo elemento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

error: Content is protected !!