Gilgamesh

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Gilgamesh

Definizione

di Joshua J. Mark

pubblicato il 29 marzo 2018

 

 

 

Gilgamesh è il semi-mitologico re di Uruk in Mesopotamia, meglio conosciuto grazie all’Epopea di Gilgamesh (scritta verso il 2150-1400 a.C.), la grande opera poetica sumera/babilonese che precede di 1500 anni la scrittura di Omero e, quindi, si erge come il brano più antico della letteratura epica mondiale.

Il motivo della ricerca del significato della vita viene pienamente esplorato in Gilgamesh, per la prima volta, quando il re-eroe lascia il suo regno dopo la morte del suo migliore amico, Enkidu, per trovare la figura mistica Utnapishtim e ottenere la vita eterna. La paura della morte di Gilgamesh è, in realtà, una paura dell’insensatezza e, sebbene lui non riesca a ottenere l’immortalità, la ricerca stessa dà senso alla sua vita.

Questo tema è stato esplorato da scrittori e filosofi, dall’antichità fino ai giorni nostri.

 

Re storico e leggendario

Si dice che il padre di Gilgamesh fosse il re-sacerdote Lugalbanda (che è presente in due poemi sumerici riguardanti le sue abilità magiche, precedenti a Gilgamesh), e sua madre la dea Ninsun (nota anche come Ninsumun, la Santa Madre e la Grande Regina). Di conseguenza, Gilgamesh era un semi-dio che, si diceva, visse una vita eccezionalmente lunga (la lista dei re sumeri registra il suo regno per 126 anni) e possedeva una forza sovrumana.

Conosciuto come “Bilgames” in sumero e come “Gilgamos” in greco, e strettamente associato alla figura di Dumuzi dal poema sumero “La discendenza di Inanna”, Gilgamesh è ampiamente accettato come lo storico quinto re di Uruk, che regnò nel 26° secolo a.C. La sua influenza fu così profonda che si estesero, intorno alle sue azioni, i miti del suo status divino che, alla fine, culminarono nei racconti trovati nell’Epopea di Gilgamesh.

In seguito, i re mesopotamici avrebbero invocato il suo nome e associato la sua discendenza alla loro.

Il più famoso di costoro, Shulgi di Ur (2029-1982 a.C.), considerato il più grande re del III periodo di Ur (2047-1750 a.C.) in Mesopotamia, affermò che Lugalbanda e Ninsun erano i suoi genitori e che Gilgamesh era suo fratello, per innalzare il suo regno agli occhi delle persone.

Mappa della Sumeria

di P. L. Kessler (Copyright)

 

Sviluppo del testo

La versione accadica del testo fu scoperta a Ninive, tra le rovine della biblioteca di Assurbanipal, nel 1849 d.C. dall’archeologo Austin Henry Layard. La spedizione di Layard faceva parte di un’iniziativa delle istituzioni e dei governi europei, a metà del XIX secolo, per finanziare spedizioni in Mesopotamia al fine di trovare prove fisiche che confermassero gli eventi descritti nella Bibbia.

Tuttavia, ciò che invece questi esploratori scoprirono fu che la Bibbia – precedentemente ritenuta il libro più antico del mondo e composta da storie originali – in realtà attingeva a miti sumeri molto più antichi.

L’epopea di Gilgamesh ha fatto lo stesso, in quanto è una raccolta di racconti, senza dubbio originariamente tramandati oralmente, e che è stata infine scritta 700-1000 anni dopo il regno dello storico re. L’autore della versione trovata da Layard fu lo scrittore babilonese Shin-Leqi-Unninni (che lo scrisse nel 1300-1000 a.C.) che si pensava fosse il primo autore al mondo conosciuto per nome, fino alla scoperta delle opere di Enheduanna (2285-2250 a.C.), figlia di Sargon di Accadia. Shin-Leqi-Unninni attinse a fonti sumere per creare la sua storia e, probabilmente, ne ebbe un numero significativo su cui lavorare, poiché Gilgamesh era stato un eroe popolare per secoli, quando l’epopea fu creata.

“Gilgamesh salva una dea autorevole e potente da una situazione difficile, e ciò mostra l’alta considerazione in cui lui era tenuto”.

Nel racconto sumero di “Inanna e l’albero Huluppu”, in cui la dea Inanna pianta un albero molesto nel suo giardino e chiede aiuto alla sua famiglia, Gilgamesh appare come il suo fedele fratello che viene in suo aiuto.

In questa storia, Inanna (la dea sumera dell’amore e della guerra) pianta un albero nel suo giardino, con la speranza di farne – un giorno – una sedia e un letto. L’albero, tuttavia, viene infestato da un serpente alle radici, da una femmina di demone (lilitu) al centro e un uccello Anzu tra i suoi rami.

A prescindere da tutto, Inanna non riesce a sbarazzarsi dei parassiti, e così chiede aiuto a suo fratello Utu, dio del sole. Utu rifiuta, ma la sua supplica viene ascoltata da Gilgamesh, che arriva, pesantemente armato, e uccide il serpente. Quindi, il demone e l’uccello Anzu fuggono e Gilgamesh, dopo aver preso i rami per sé, presenta il tronco a Inanna, affinché questa costruisca il suo letto e la sua sedia. Si pensa che questa sia la prima apparizione di Gilgamesh in una poesia eroica, e il fatto che abbia salvato una dea autorevole e potente da una situazione difficile mostra l’alta considerazione in cui lui era tenuto sin dall’inizio.

Altri racconti che menzionano Gilgamesh lo rappresentano anche come il grande eroe; infine, allo storico re venne accordato uno status completamente divino, quello di un dio. Era visto come il fratello di Inanna, una delle dee più popolari, se non la più popolare, in tutta la Mesopotamia. Le preghiere trovate incise su tavolette di argilla si rivolgono a Gilgamesh nell’aldilà come al giudice negli Inferi, paragonabile in saggezza ai famosi giudici greci degli Inferi, Rhadamanthus, Minosse ed Aeacus.

Volto del demone Humbaba

di Osama Shukir Muhammed Amin (CC BY-NC-SA)

 

L’epico racconto

Nell’Epopea di Gilgamesh, il grande re è ritenuto troppo orgoglioso e arrogante dagli dèi che, così, decidono di dargli una lezione, inviando Enkidu, l’uomo selvaggio, ad umiliarlo. Enkidu e Gilgamesh sono considerati alla pari dalla gente ma, dopo una feroce battaglia, Enkidu viene sconfitto. Egli accetta liberamente la sua sconfitta e i due diventano amici e si imbarcano insieme in varie avventure.

Essi uccidono Humbaba, demone della Foresta di Cedri, e questo attira l’attenzione di Inanna (conosciuta con il suo nome accadico/babilonese di Ishtar, nella storia). Inanna cerca di sedurre Gilgamesh, ma lui la rifiuta, citando tutti gli altri uomini, che lei aveva avuto come amanti, i quali misero fine alle loro vite. Inanna è infuriata e manda sulla Terra suo cognato, il Toro del Cielo, per distruggere Gilgamesh. Enkidu viene in aiuto del suo amico e uccide il toro ma, così facendo, ha offeso gli dèi ed è condannato a morte.

Quando Enkidu muore, Gilgamesh cade in un profondo dolore e, riconoscendo la propria mortalità attraverso la morte del suo amico, mette in dubbio il significato della vita e il valore della realizzazione umana, di fronte all’estinzione definitiva. Egli piange:

“Come posso riposare, come posso essere in pace? La disperazione è nel mio cuore. Ciò che adesso è mio fratello, sarò io quando sarò morto. Poiché ho paura della morte, andrò come meglio posso a trovare Utnapishtim, che chiamano il Distante, poiché è entrato nell’assemblea degli dei (Sandars, 97)”.

Mettendo da parte tutta la sua vecchia vanità e il suo orgoglio, Gilgamesh si mette alla ricerca del significato della vita e, infine, di un modo per sconfiggere la morte. Viaggia attraverso le montagne, per vasti oceani, e finalmente trova Utnapishtim, che gli offre due possibilità di immortalità; ma lui fallisce entrambe. Primo, non può rimanere sveglio per sei giorni e sei notti e, secondo, non riesce a proteggere una pianta magica; un serpente mangia la pianta mentre Gilgamesh dorme. Non riuscendo a conquistare l’immortalità, viene rimandato a casa dal traghettatore Urshanabi e, una volta lì, scrive la sua storia.

 

L’eredità e la continua disputa  

Attraverso la sua lotta per trovare un significato nella vita, Gilgamesh ha sfidato la morte e, così facendo, diventa il primo eroe epico della letteratura mondiale. Il dolore di Gilgamesh e le domande evocate dalla morte del suo amico risuonano in ogni essere umano che ha lottato con il significato della vita, di fronte alla morte. Sebbene Gilgamesh alla fine non riesca a conquistare l’immortalità nella storia, le sue azioni continuano a vivere attraverso la parola scritta, e così lui, nello stesso modo.

La storia di Gilgamesh e Aga

di Osama Shukir Muhammed Amin (CC BY-NC-SA)

 

Poiché l’Epopea di Gilgamesh esisteva in forma orale molto prima che fosse scritta, si è discusso molto sul fatto che il racconto ancora esistente sia il più antico sumerico o il babilonese posteriore, per influenza culturale. La versione meglio conservata della storia, come notato, proviene da Shin-Leqi-Unninni, che molto probabilmente ha abbellito il materiale originale sumero. A tale proposito, l’orientalista Samuel Noah Kramer scrive:

“Dei vari episodi che compongono l’Epopea di Gilgamesh, molti risalgono a prototipi sumeri che coinvolgono effettivamente l’eroe Gilgamesh. Anche in quegli episodi mancanti di controparti sumere, la maggior parte dei motivi individuali riflette fonti sumere mitiche ed epiche. In nessun caso, tuttavia, i poeti babilonesi copiarono pedissequamente il materiale sumero. Hanno così modificato il suo contenuto e plasmato la sua forma, in accordo col loro carattere e la loro eredità, che solo il mero nucleo dell’originale sumero rimane riconoscibile.

Per quanto riguarda la struttura della trama dell’epopea nel suo insieme – il potente e fatale dramma episodico dell’eroe irrequieto e avventuroso e della sua inevitabile disillusione – si tratta sicuramente di uno sviluppo e di un risultato babilonese, piuttosto che sumerico (History Begins at Sumer, 270)”.

La prova storica dell’esistenza di Gilgamesh si trova nelle iscrizioni che gli attribuiscono la costruzione delle grandi mura di Uruk (l’odierna Warka, in Iraq) che, nella storia, sono le tavolette su cui costui registra per la prima volta le sue grandi gesta e la sua ricerca del significato della vita. Ci sono altri riferimenti a lui da noti personaggi storici del suo tempo, come il re Enmebaragesi di Kish e, naturalmente, la lista dei re sumeri e le leggende che sono cresciute intorno al suo regno.

“Un team tedesco di archeologi afferma di aver scoperto la tomba di Gilgamesh nell’aprile del 2003 d.C.”

Al giorno d’oggi, si parla e si scrive ancora di Gilgamesh. Un team tedesco di archeologi afferma di aver scoperto la tomba di Gilgamesh nell’aprile del 2003. Gli scavi archeologici, condotti attraverso la moderna tecnologia – che coinvolge la magnetizzazione dentro e intorno al vecchio letto del fiume Eufrate, hanno rivelato recinzioni di giardini, nonché specifici edifici e strutture descritti nell’Epopea di Gilgamesh, inclusa la tomba del grande re. Secondo la leggenda, Gilgamesh fu sepolto in fondo all’Eufrate, quando le acque si divisero alla sua morte.

Nondimeno, non è più rilevante il fatto che lo storico re sia esistito, poiché il personaggio ha assunto una vita propria nel corso dei secoli. Alla fine della storia, quando Gilgamesh giace morente, il narratore dice:

“Gli eroi, gli uomini saggi, così come la luna nuova, hanno la loro fase crescente e quella calante. Gli uomini diranno: “Chi ha mai governato con forza e potere come [Gilgamesh]?” Senza di lui non c’è luce, così come nel mese oscuro, il mese delle ombre. O Gilgamesh, ti è stato dato un regno, questo era il tuo destino; la vita eterna non era il tuo destino. Per questo motivo, non essere triste nel cuore, non essere addolorato, né oppresso; ti è stato conferito il potere di sciogliere e di legare, di essere l’oscurità e la luce dell’umanità. (Sanders, 118)”.

La storia del fallimento di Gilgamesh, nel realizzare il suo sogno di immortalità, è il mezzo stesso con cui lui la raggiungerà. L’epopea stessa è l’immortalità, ed è servita da modello per qualsiasi racconto simile che sia stato scritto da allora.

Essa è stata senza dubbio ampiamente letta, prima della caduta dell’Impero Assiro nel 612 a.C., ed è diventata sempre più popolare e influente sin dalla sua riscoperta, nel 1879.

Gilgamesh incoraggia la speranza in quanto, anche se uno potrebbe non essere in grado di vivere per sempre, le scelte che si fanno nella vita risuonano in quella degli altri. Questi altri potrebbero essere amici, familiari, conoscenti, o anche estranei che vivono molto tempo dopo la propria morte e che continuano a essere toccati dalla storia eterna del rifiuto dell’eroe di accettare una vita senza significato.

La lotta di Gilgamesh, contro l’apparente mancanza di significato, definisce costui – proprio come definisce chiunque sia mai vissuto – e la sua ricerca continua, volta ad ispirare coloro che riconoscono quanto sia eterna e intrinsecamente umana quella lotta.

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Bibliografia

Sull’autore

Joshua J. Mark

Scrittore freelance e già professore part-time di filosofia al Marist College di New York, Joshua J. Mark ha vissuto in Grecia e in Germania e ha viaggiato in Egitto. Ha insegnato storia, scrittura, letteratura e filosofia a livello universitario.

 

Gilgamesh

Scritto da Pryke, Louise M., pubblicato da Routledge (2019)

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