Remdesivir e COVID-19

https://www.sciencemag.org/news/2020/04/large-trial-yields-strongest-evidence-yet-antiviral-drug-can-help-covid-19-patients

 

Il remdesivir di Gilead, progettato per impedire la replicazione virale, accelera lievemente il recupero dei pazienti con COVID-19, secondo un nuovo studio.

Gilead

Un ampio studio fornisce le prove più evidenti del fatto che un farmaco antivirale può aiutare i pazienti con COVID-19

Di Jon Cohen, 29 aprile 2020, 20:30

 

Il reporting di Science sul COVID-19 è supportato dal Pulitzer Center.

Un trattamento candidato per il COVID-19 ha mostrato, per la prima volta, dei vantaggi convincenti – sebbene modesti – in un ampio studio clinico attentamente controllato su pazienti ospedalizzati.

Le persone infette, che hanno ricevuto il remdesivir (un farmaco sperimentale prodotto dalla Gilead Sciences, che rende inefficiente un enzima usato da molti virus per copiare il loro RNA), hanno recuperato mediamente in 11 giorni, contro i 15 dei pazienti che hanno ricevuto un placebo. “Sebbene un miglioramento pari al 31% non possa essere considerato alla stregua di una vittoria definitiva al 100%, esso costituisce una prova molto importante”, ha dichiarato Anthony Fauci, capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), durante una Riunione dell’Ufficio Ovale, in cui i media hanno chiesto al presidente Donald Trump di riferire in merito a una dichiarazione rilasciata da Gilead sui risultati. I pazienti trattati con remdesivir avevano anche un tasso di mortalità più basso – l’8%, contro l’11,6% del gruppo trattato con placebo – ma questa tendenza positiva non ha raggiunto una rilevanza statistica, come ha osservato Fauci.

I risultati completi dello studio non sono ancora stati resi pubblici in una bozza di articolo scientifico, che sia stata oggetto di revisione paritaria.

Il NIAID ha sponsorizzato lo studio, che ha avuto inizio il 21 febbraio e ha arruolato 1063 pazienti in 68 località negli Stati Uniti, in Europa e in Asia. Una commissione, che controlla la sicurezza e i dati dello studio, in data 27 aprile ha informato gli investigatori che il remdesivir era migliore del placebo. Fauci afferma che il consiglio sta rilasciando parte dei risultati complessivi in anticipo, per motivi etici: in presenza di tali dati positivi, il remdesivir deve essere ora offerto a tutti i partecipanti allo studio, e gli studi sugli altri trattamenti, attualmente in corso, devono iniziare a prospettare questo farmaco, anziché un placebo, come ha detto Fauci.

La ricerca di trattamenti COVID-19 che possono fare meglio di remdesivir rimane una priorità assoluta. “È un segnale promettente, ma non c’è alcun bisogno di essere iper-eccitati: questo non è un fuoricampo“, afferma Carlos del Rio, un infettivologo dell’Università di Emory, uno dei siti più grandi che hanno partecipato allo studio del remdesivir. In sostanza, dice costui, lo studio ha dimostrato che i pazienti che hanno ricevuto il farmaco, somministrato per via endovenosa, potrebbero smettere in anticipo di ricevere dell’ossigeno supplementare. Del Rio, un veterano nello sviluppo di farmaci per l’HIV, che è passato gradualmente dall’assenza di farmaci ai trattamenti efficaci, spera che i risultati segnino un primo passo per il COVID-19.

Ma lui non si aspetta che il remdesivir faciliterà in modo significativo le richieste che il COVID-19 sta introducendo negli ospedali, né che questo ravviverà le prospettive di revoca delle istanze di ricovero sul posto.

Nahid Bhadelia, che dirige l’unità speciale di agenti patogeni alla Boston University School of Medicine e che non è stata coinvolta nello studio, afferma di sospettare che il remdesivir avrà presto una maggiore influenza nell’ambito delle terapie per la malattia. “Sarà importante vedere, dai dati del NIAID, se tale beneficio in termini di mortalità sarà maggiore per i soggetti con meno di 10 giorni di sintomi”, afferma Bhadelia.

“Ma non si dovrebbe iniziare a utilizzarlo con troppo anticipo, poiché il farmaco ha degli effetti collaterali”.

Il NIAID e la Gilead non hanno ancora riportato gli eventi avversi riscontrati dai pazienti nello studio, ma altri studi hanno collegato il remdesivir ad anomalie del sangue, come l’anemia.

Altri studi su remdesivir hanno prodotto risultati contrastanti, alcuni dei quali non mostrano alcun beneficio e altri che palesano risultati positivi. Ma ciascuno di questi, per impostazione predefinita o per default, non aveva il potere dello studio sostenuto dal NIAID. Uno studio, su un gruppo di controllo con placebo, apparso oggi su The Lancet, non ha riscontrato alcun beneficio nel trattamento in 158 pazienti. Eseguito in Cina, lo studio è stato interrotto presto perché il successo del Paese nel controllare la diffusione virale ha implicato che non c’era un numero sufficiente di nuovi pazienti, per poter valutare correttamente il farmaco. Lo studio ha anche scoperto che il remdesivir non ha avuto alcun impatto sui livelli virali, e resta da capire se lo studio sponsorizzato dal NIAID potrà collegare il successo del farmaco agli effetti diretti sul virus.

Frederick Hayden, un virologo clinico dell’Università della Virginia, che è stato co-autore dello studio di The Lancet, trova convincenti le prove dei benefìci, nello studio del NIAID. Hayden osserva che i ricercatori cinesi, che hanno condotto lo studio riportato su The Lancet, hanno scoperto che il sottogruppo di pazienti a cui era stato somministrato il remdesivir all’inizio del decorso della malattia riportava tempi più rapidi di miglioramento clinico e tassi di sopravvivenza più elevati, rispetto a quelli che avevano ricevuto placebo; ma questi non erano risultati statisticamente significativi. “Vi sono parallelismi incoraggianti”, afferma Hayden.

Michael Saag, uno specialista in malattie infettive dell’Università dell’Alabama, a Birmingham, che si prende cura dei pazienti con COVID-19 e ha avuto la malattia per quasi 1 mese, è molto incoraggiato dai nuovi dati positivi. “Avere una replicazione virale in corso non è una buona cosa, e vorrei poterlo ‘spegnere’ e dare il sopravvento al sistema immunitario, per renderlo in grado di eliminare l’infezione”, afferma Saag, che tratta le persone infette da HIV e da virus dell’epatite C.

Saag non è riuscito a ottenere il remdesivir per sé stesso, perché non era abbastanza malato da potersi qualificare per studi o per un uso compassionevole.

“Se il remdesivir può funzionare in persone con malattia avanzata, anche se non drammatica, ciò mi dà la speranza che il farmaco potrebbe essere usato precocemente, nel corso dell’infezione, e avere risultati ancora migliori, ed è quello che dovremo dimostrare successivamente”.

James Lawler, uno specialista in malattie infettive in uno dei siti dello studio sponsorizzato dal NIAID, il Medical Center dell’Università del Nebraska, afferma che “è del tutto possibile” che il remdesivir riceverà l’approvazione dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense, per ciò che è noto come uso di emergenza.

“Certamente, sarà utile avere un farmaco che abbia un’efficacia comprovata”, afferma Lawler. Ma costui si aspetta che la FDA limiterebbe rigorosamente i pazienti che potrebbero ottenere il farmaco, sia per i problemi di approvvigionamento, sia per le domande in sospeso sul suo impatto nelle diverse fasi della malattia. “Data la scarsità, che sarà ancora un problema, esso non sarà prontamente disponibile per tutti e, dato che quelle persone, per cui esso è stato studiato, ha mostrato benefici, è più prudente usarlo su persone più gravemente malate o che abbiano fattori di rischio più elevati e che si trovino in ospedale”, afferma Lawler.

 

 

Pubblicato in:

doi: 10.1126/science.abc5422

Jon Cohen

Jon è uno scrittore del personale di Science.

 

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