La cruenta ricerca di El Dorado da parte di Walter Raleigh

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La cruenta ricerca di El Dorado da parte di Walter Raleigh

Di All About History, Mathew Lyons

Articolo di riferimento: I dati su Walter Raleigh e sul famigerato El Dorado.

L’esploratore preferito dalla regina Elisabetta I impazzì, alla ricerca del mitico “Impero d’oro”, anche noto come “El Dorado”.

(Immagine: © Getty Images International Ltd)

 

 

Non molte persone hanno la peculiarità di porre sulle mappe un luogo inesistente, ma Sir Walter Raleigh era uno di costoro. Quel luogo era El Dorado, una leggendaria città d’oro che – si diceva – si trovava in quello che oggi è il Venezuela.

Ma chiamarla città è troppo testuale. Per i conquistatori che la cercavano, El Dorado era – in tempi diversi – una città, un regno o un impero; più tardi, questa ricerca si tramutò nella ricerca di una miniera.

Negli anni attorno al 1530, quando tale locuzione fu coniata per la prima volta dai conquistatori spagnoli, “El Dorado” era un uomo coperto di polvere d’oro dalla testa ai piedi – “quel tizio dorato” – ed era un partecipante a un rituale tribale dei Chibcha, nelle Ande Colombiane. Da allora, El Dorado è diventata una libera e seducente metafora delle ricchezze che potrebbero ancora non esser state scoperte nei vasti entroterra settentrionali del Sud America.

 

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Il nome potrebbe essere eternamente associato a Raleigh, il famoso esploratore britannico.

E, indubbiamente, senza la fama di Raleigh, El Dorado potrebbe essere sprofondata nell’oscurità, insieme ad altre mitiche città d’oro come Paititi, Cibola o Quivira, che gli europei ritenevano esistere nelle Americhe. Ma Raleigh non fu affatto la prima persona a subire l’incantesimo lanciato da quella promessa di ricchezze nascoste. In effetti, quando costui venne raggiunto dalla notizia di El Dorado, nel 1580, gli esploratori spagnoli avevano già fatto diversi tentativi per trovarla. Tuttavia, fu Raleigh colui che riaccese la storia.

Una rappresentazione fittizia dello sbarco di Walter Raleigh in Virginia (crediti dell’immagine: Alamy)

 

Come Raleigh venne a conoscenza di El Dorado

Probabilmente, Raleigh venne a sapere per la prima volta di El Dorado all’inizio dell’autunno del 1586, quasi certamente da un conquistatore spagnolo di nome Don Pedro Sarmiento de Gamboa, che era stato catturato dai corsari di Raleigh nell’agosto dello stesso anno, mentre stava tornando a casa attraverso l’Atlantico. Con 30 anni di esperienza nel Nuovo Mondo alle spalle, Sarmiento era un esperto esploratore.

Considerando i due grandi imperi degli Inca e degli Aztechi, che la Spagna aveva conquistato circa 70 anni prima, l’idea di un terzo grande impero certamente non suonava assurda, agli occhi di Raleigh.

 

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Potrebbe anche essere stato da Sarmiento, che Raleigh abbia sentito parlare di Don Antonio de Berrio, un altro conquistatore. Berrio credeva di aver raggiunto il confine di El Dorado negli altopiani della Guiana, sulla parte superiore del fiume Orinoco, in un’epica escursione durata 18 mesi e conclusasi nel 1585.

Berrio, in un certo senso, era il principale rivale di Raleigh, e quella rivalità incarna una verità-chiave su El Dorado, per Raleigh. Ovviamente, si trattava sempre dell’oro. Ma combattere con la Spagna per quell’oro ne accentuò l’importanza: se Raleigh avesse trovato El Dorado, avrebbe portato all’Inghilterra una fortuna in grado di competere con l’inondazione del tesoro americano, di cui si era ingozzato il potere spagnolo.

Senza quella ricchezza, come disse Raleigh acutamente in seguito, la monarchia spagnola sarebbe stata semplicemente una “regina di arance e fichi”.

Walter Raleigh si imbarcò in diverse spedizioni, in cerca di oro e di gloria (crediti dell’immagine: Alamy)

 

La ricerca di un premio elusivo

Nel 1594, Raleigh mandò uno dei suoi uomini, Jacob Whiddon, in missione di ricognizione sulla costa attorno a Trinidad e al delta dell’Orinoco, che copre circa 16.000 miglia quadrate (41.400 chilometri quadrati).

L’anno successivo, costui raccolse l’enorme somma di 60.000 sterline (equivalenti a oltre 13 milioni di dollari attualmente), per finanziare la grande spedizione in Sud America, che stava pianificando.

Inizialmente, la flotta doveva essere composta da otto navi, ma Raleigh era impaziente e lasciò Plymouth con quattro navi e con circa 250 uomini, il 6 febbraio 1595.

Le navi di Raleigh arrivarono a Trinidad, al largo delle coste del Sud America, per il 22 marzo. La sera del 7 aprile, gli uomini di Raleigh attaccarono la guarnigione spagnola a San José, la capitale coloniale dell’isola.

Si trattava di una necessità strategica: Raleigh non avrebbe potuto salire tranquillamente a monte e lasciare le sue navi in balia del nemico. Ma c’era anche un altro obiettivo: Raleigh aveva scoperto che lo stesso Berrio era a San José, e voleva parlargli.

“Ho raccolto da lui tutte le notizie che egli conosceva della Guiana”, scrisse Raleigh nel suo libro “The Discovery of Guiana“, pubblicato nel 1848. Berrio raccontò a Raleigh la storia di un maestro di munizioni, di nome Juan Martínez, il quale, secondo Berrio, aveva vissuto a Manoa per sette mesi e che aveva dato alla città il suo nome spagnolo, El Dorado.

Un ritratto contemporaneo di Sir Walter Raleigh, attribuito a Sir William Segar (1564-1633).

(Crediti dell’immagine: dominio pubblico.

National Gallery of Ireland)

 

La maggior parte di quanto conosciamo sia successo dopo, proviene dal racconto di Raleigh: “The Discovery of Guiana“, che egli scrisse al suo ritorno in Inghilterra.

Dopo il suo incontro con Berrio, Raleigh portò i suoi uomini a monte, con cibo sufficiente per un mese. Le condizioni e il morale erano terribili: 100 uomini, cinque piccole imbarcazioni poco profonde e con la cima aperta, piogge torrenziali, un caldo intenso e nessuna effettiva direzione.

Furono “indotti a giacere all’aria aperta, sotto la pioggia e le intemperie – senza spostarsi, sporchi e sdraiati, sotto il sole cocente, sui duri bordi delle barche, proprio dove gli stessi erano soliti cuocere la carne…”, scrisse Raleigh. “Posso garantirvi che non c’è mai stata, in Inghilterra, una prigione più sgradevole e ripugnante”. Questa situazione dimostrò le capacità di comando di Raleigh: tutti quegli uomini tornarono vivi sulla costa.

 

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Percorsero circa 250 miglia (402 km) su per l’Orinoco, fino a dove questo incontra un altro grande fiume, il Caroní – l’attuale sito di Guayana City. Qui, in un insediamento nativo di nome Morequito, Raleigh incontrò Topiawari, un anziano capo tribale – o cacique. Sembra che essi siano diventati amici: i successivi viaggiatori hanno riferito la delusione del capo, per il fatto che Raleigh non tornò. Raleigh, da parte sua, descrisse Topiawari come “il più saggio e il più orgoglioso” del suo popolo, un uomo “solenne, giudizioso e buon oratore”. Raleigh capì che Topiawari affermava che il confine di El Dorado era a quattro giorni di distanza, ma sarebbe dovuto tornare con più uomini e più armi. Raleigh non era mai arrivato così vicino al realizzare il suo sogno.

A quel tempo, era la metà di giugno. Tale era la forza del fiume che quel viaggio, che li aveva portati a monte in un mese, li aveva fatti ritornane in soli quattro giorni. Sulla via del ritorno, incontrarono un altro cacique, di nome Putijma, che disse loro di conoscere una grande collina dorata, da cui avrebbero potuto estrarre dell’oro. Ma Raleigh e il suo equipaggio tornarono in Gran Bretagna a mani vuote, con nient’altro che la promessa di una ricchezza futura.

 

Gli anni in prigione

Raleigh rimase convinto che, nella regione sudamericana, ci fossero ricchezze; la sua fede era ora infuocata dal crogiolo dell’esperienza. A soli quattro mesi dal suo ritorno a Londra, egli mandò uno dei suoi uomini più fedeli, Lawrence Keymis, a cercare quella miniera d’oro di cui aveva parlato Putijma. Ma gli spagnoli avevano già stabilito una città-fortezza a Morequito, chiamata Sao Tomé. Nel giro di un anno, Raleigh inviò un’altra nave per esplorare la regione a sud dell’Orinoco, seguendo le informazioni di Keymis, secondo cui costoro stavano cercando troppo a nord, per Manoa.

Gli ultimi anni del regno della regina Elisabetta I non furono buoni, per Raleigh, e gli anni seguenti furono ancora peggiori. Nell’autunno del 1603, Raleigh fu condannato per aver pianificato il rovesciamento di Giacomo I, che era salito al trono all’inizio di quell’anno. La sua condanna fu sospesa, ma lui avrebbe trascorso i successivi 12 anni imprigionato nella Torre di Londra. Forse, questo ne acuì l’ossessione, ma Raleigh non era l’unico a condividerla.

Walter Raleigh fu imprigionato nella Torre di Londra, in Inghilterra, dove infine fu giustiziato nel 1618 (crediti dell’immagine: © Bob Collowan, CC-BY-SA-4.0, Wikimedia Commons)

 

Nel marzo del 1609, il principe Enrico, il giovane erede al trono, sponsorizzò una spedizione nella regione, sotto Robert Harcourt. Alla fine dello stesso anno, Sir Thomas Roe guidò un’altra spedizione nella zona.

Raleigh era uno dei suoi sponsor, insieme a Roe e al conte di Southampton. Ci sarebbero voluti circa 18 mesi, prima che Roe tornasse e che concludesse che Manoa – la città d’oro di El Dorado – non esisteva.

Questo sembrò non scoraggiare minimamente Raleigh. Nel 1616, James lo liberò dalla torre e lo autorizzò a tornare in Guiana, in cerca di una potenziale miniera d’oro – in particolare, una vena – che Raleigh aveva visto nella rocca sabbiosa, vicino a quella che era diventata Sao Tomé. Raleigh ebbe istruzioni esplicite di non attaccare l’esercito spagnolo: la politica di James nei confronti della Spagna era infatti di pace e riconciliazione.

 

Nuovo sogno dell’oro

Raleigh salpò da Plymouth il 12 giugno 1617, con 164 navi sotto il suo comando. Con lui, c’era il figlio 22enne Wat e il formidabile Lawrence Keymis. Durante il viaggio attraverso l’Atlantico, una malattia uccise 42 uomini, tra cui John Pigott, il comandante in seconda di Raleigh. Lo stesso Raleigh crollò sul ponte, battendo la testa, e non poté mangiare cibi solidi per 20 giorni o più. Egli sopravvisse, come disse lui, solo grazie all’aiuto della sua ciurma.

A metà novembre, quando la flotta arrivò al largo delle coste del Sud America, era evidente che Raleigh era troppo malato per poter guidare la spedizione a monte, e Keymis prese il comando in sua vece. Sotto di lui, c’erano cinque capitani e cinque comandanti di compagnia, tra cui Wat. La spedizione era composta da circa 400 uomini in totale.

 

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Si avviarono verso l’Orinoco il 10 dicembre. Solo tre delle cinque navi sopravvissero alle potenti correnti e alle secche del delta, e raggiunsero Sao Tomé il 2 gennaio 1618. I preparativi di Raleigh per la spedizione erano stati accurati e prolungati, nonché piuttosto pubblici. Gli uomini di Keymis furono sorpresi da un’imboscata, mentre il sole tramontava. Il presidio spagnolo era piccolo: esso comprendeva solo 57 uomini, tra cui un numero di invalidi.

Più tardi – dopo mezzanotte, si disse, e certamente dopo lunghe discussioni – gli esploratori inglesi presero d’assalto la città. Wat Raleigh, a capo dei picchieri, guidò la carica, ma fu abbattuto da una palla di moschetto alla gola. Altri quattro inglesi morirono, durante la presa della città. Keymis li fece seppellire tutti nella chiesa ivi presente, con Wat nell’altare maggiore.

Di ritorno sulla costa, Raleigh non ne seppe nulla per un mese. Poi, il 31 gennaio, egli venne a sapere da una fonte locale che due dei cinque capitani erano morti nei combattimenti. Due settimane dopo, ricevette una lettera da Keymis. “Non ho mai conosciuto il dispiacere, fino ad ora”, scrisse Raleigh in seguito a sua moglie, riportandole la notizia.

La mappa di Willem Janszoon Blaeu, relativa all’area nord-orientale del Sud America, il Lago Parima (Parime Lacus) e la rotta per El Dorado. Blaeu inizialmente pubblicò questa mappa nel 1630, e le sue varianti furono pubblicate nel 1660. (Crediti dell’immagine: Geographicus Rare Antique Maps, Wikimedia Commons)

 

Missione suicida

A Sao Tomé, anche Keymis – che probabilmente, dopo aver attaccato la città spagnola, si era reso conto di aver violato le condizioni principali dell’accordo di Raleigh con Giacomo I – stava crollando. Solo pochi spagnoli erano morti nella scaramuccia. La maggior parte di questi era fuggita, e Keymis temeva che sarebbero tornati a monte, con i rinforzi. Inoltre, ovviamente, egli non aveva idea di dove potesse essere la miniera. Era forse certo che ce ne fosse una?

Keymis ciondolò e si mise in stallo, perdendo tutto il rispetto di coloro che lo servivano. Alla fine, tre piccole imbarcazioni furono inviate a monte da Sao Tomé. Alcuni rapporti riferirono che gli uomini di questa nuova spedizione avevano proseguito per 300 miglia, all’interno. Costoro avevano portato del cibo sufficiente per quattro giorni, ma erano passate ormai tre settimane, senza che potessero trovare informazioni sulla posizione di quella miniera, né di una nuova.

Tornarono quindi a Sao Tomé, che trovarono soggetta a sempre più incalzanti incursioni di guerriglia. Dopo 29 giorni di occupazione, gli inglesi lasciarono la città, che gli spagnoli poi misero a ferro e fuoco.

(Crediti dell’immagine: Alamy)

 

I resti della ciurma di Keymis si incontrarono con Raleigh sulla costa, il 2 marzo. Keymis chiese il perdono di Raleigh. “Vedendo che mio figlio era perduto, non mi importava”, gli disse Raleigh. “Lui mi aveva annientato con la sua ostinazione, e non avrei favorito né dipinto in alcun modo la sua passata follia”.

Keymis tornò nella sua cabina e si infilò un coltello nel cuore. Dopo essere tornato in Inghilterra con le sue navi rimaste, Raleigh venne imprigionato e giustiziato nel novembre dello stesso anno. James I usò la violazione della sua promessa, quella di mantenere la pace con gli spagnoli, come un motivo per ripresentare l’accusa di tradimento. Raleigh morì per molte ragioni; il fallimento nella sua ricerca dell’oro fu solo l’ultimo di questi.

Cosa dovremmo fare, allora, di quella ricerca, che costò così cara a Raleigh? Non sembrano esservi dubbi sull’effettività della sua fede iniziale nell’esistenza di El Dorado. Ma che dire, del fatto che lui decise di tornare nel giugno del 1585? Questo è il punto, dopotutto, quando erano spuntate le prime notizie su una miniera, e Raleigh e i suoi uomini corsero a valle. Stava forse illudendo sé stesso e quelli che lo circondavano?

La sua incapacità nel raggiungere El Dorado – la grandezza di quell’umiliazione – era semplicemente troppo ampia, per poter essere accettata?

 

Non lo sappiamo. In un certo senso, siamo tuttora nella morsa della fantasia di Raleigh, ancora assorbiti nella sequenza epica del suo fallimento dopo 400 anni, ponendoci le stesse domande formulate dai suoi contemporanei, sull’intensità dell’ossessione di Raleigh e sull’integrità del suo sogno.

 

Questo articolo è stato adattato da una versione precedente pubblicata sulla rivista All About History, una pubblicazione della Future Ltd.

 

 

 

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