La cruenta ricerca di El Dorado da parte di Walter Raleigh

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La cruenta ricerca di El Dorado da parte di Walter Raleigh

Di All About History, Mathew Lyons

Articolo di riferimento: I dati su Walter Raleigh e sul famigerato El Dorado.

L’esploratore preferito dalla regina Elisabetta I impazzì, alla ricerca del mitico “Impero d’oro”, anche noto come “El Dorado”.

(Immagine: © Getty Images International Ltd)

 

 

Non molte persone hanno la peculiarità di porre sulle mappe un luogo inesistente, ma Sir Walter Raleigh era uno di costoro. Quel luogo era El Dorado, una leggendaria città d’oro che – si diceva – si trovava in quello che oggi è il Venezuela.

Ma chiamarla città è troppo testuale. Per i conquistatori che la cercavano, El Dorado era – in tempi diversi – una città, un regno o un impero; più tardi, questa ricerca si tramutò nella ricerca di una miniera.

Negli anni attorno al 1530, quando tale locuzione fu coniata per la prima volta dai conquistatori spagnoli, “El Dorado” era un uomo coperto di polvere d’oro dalla testa ai piedi – “quel tizio dorato” – ed era un partecipante a un rituale tribale dei Chibcha, nelle Ande Colombiane. Da allora, El Dorado è diventata una libera e seducente metafora delle ricchezze che potrebbero ancora non esser state scoperte nei vasti entroterra settentrionali del Sud America.

 

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Il nome potrebbe essere eternamente associato a Raleigh, il famoso esploratore britannico.

E, indubbiamente, senza la fama di Raleigh, El Dorado potrebbe essere sprofondata nell’oscurità, insieme ad altre mitiche città d’oro come Paititi, Cibola o Quivira, che gli europei ritenevano esistere nelle Americhe. Ma Raleigh non fu affatto la prima persona a subire l’incantesimo lanciato da quella promessa di ricchezze nascoste. In effetti, quando costui venne raggiunto dalla notizia di El Dorado, nel 1580, gli esploratori spagnoli avevano già fatto diversi tentativi per trovarla. Tuttavia, fu Raleigh colui che riaccese la storia.

Una rappresentazione fittizia dello sbarco di Walter Raleigh in Virginia (crediti dell’immagine: Alamy)

 

Come Raleigh venne a conoscenza di El Dorado

Probabilmente, Raleigh venne a sapere per la prima volta di El Dorado all’inizio dell’autunno del 1586, quasi certamente da un conquistatore spagnolo di nome Don Pedro Sarmiento de Gamboa, che era stato catturato dai corsari di Raleigh nell’agosto dello stesso anno, mentre stava tornando a casa attraverso l’Atlantico. Con 30 anni di esperienza nel Nuovo Mondo alle spalle, Sarmiento era un esperto esploratore.

Considerando i due grandi imperi degli Inca e degli Aztechi, che la Spagna aveva conquistato circa 70 anni prima, l’idea di un terzo grande impero certamente non suonava assurda, agli occhi di Raleigh.

 

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Potrebbe anche essere stato da Sarmiento, che Raleigh abbia sentito parlare di Don Antonio de Berrio, un altro conquistatore. Berrio credeva di aver raggiunto il confine di El Dorado negli altopiani della Guiana, sulla parte superiore del fiume Orinoco, in un’epica escursione durata 18 mesi e conclusasi nel 1585.

Berrio, in un certo senso, era il principale rivale di Raleigh, e quella rivalità incarna una verità-chiave su El Dorado, per Raleigh. Ovviamente, si trattava sempre dell’oro. Ma combattere con la Spagna per quell’oro ne accentuò l’importanza: se Raleigh avesse trovato El Dorado, avrebbe portato all’Inghilterra una fortuna in grado di competere con l’inondazione del tesoro americano, di cui si era ingozzato il potere spagnolo.

Senza quella ricchezza, come disse Raleigh acutamente in seguito, la monarchia spagnola sarebbe stata semplicemente una “regina di arance e fichi”.

Walter Raleigh si imbarcò in diverse spedizioni, in cerca di oro e di gloria (crediti dell’immagine: Alamy)

 

La ricerca di un premio elusivo

Nel 1594, Raleigh mandò uno dei suoi uomini, Jacob Whiddon, in missione di ricognizione sulla costa attorno a Trinidad e al delta dell’Orinoco, che copre circa 16.000 miglia quadrate (41.400 chilometri quadrati).

L’anno successivo, costui raccolse l’enorme somma di 60.000 sterline (equivalenti a oltre 13 milioni di dollari attualmente), per finanziare la grande spedizione in Sud America, che stava pianificando.

Inizialmente, la flotta doveva essere composta da otto navi, ma Raleigh era impaziente e lasciò Plymouth con quattro navi e con circa 250 uomini, il 6 febbraio 1595.

Le navi di Raleigh arrivarono a Trinidad, al largo delle coste del Sud America, per il 22 marzo. La sera del 7 aprile, gli uomini di Raleigh attaccarono la guarnigione spagnola a San José, la capitale coloniale dell’isola.

Si trattava di una necessità strategica: Raleigh non avrebbe potuto salire tranquillamente a monte e lasciare le sue navi in balia del nemico. Ma c’era anche un altro obiettivo: Raleigh aveva scoperto che lo stesso Berrio era a San José, e voleva parlargli.

“Ho raccolto da lui tutte le notizie che egli conosceva della Guiana”, scrisse Raleigh nel suo libro “The Discovery of Guiana“, pubblicato nel 1848. Berrio raccontò a Raleigh la storia di un maestro di munizioni, di nome Juan Martínez, il quale, secondo Berrio, aveva vissuto a Manoa per sette mesi e che aveva dato alla città il suo nome spagnolo, El Dorado.

Un ritratto contemporaneo di Sir Walter Raleigh, attribuito a Sir William Segar (1564-1633).

(Crediti dell’immagine: dominio pubblico.

National Gallery of Ireland)

 

La maggior parte di quanto conosciamo sia successo dopo, proviene dal racconto di Raleigh: “The Discovery of Guiana“, che egli scrisse al suo ritorno in Inghilterra.

Dopo il suo incontro con Berrio, Raleigh portò i suoi uomini a monte, con cibo sufficiente per un mese. Le condizioni e il morale erano terribili: 100 uomini, cinque piccole imbarcazioni poco profonde e con la cima aperta, piogge torrenziali, un caldo intenso e nessuna effettiva direzione.

Furono “indotti a giacere all’aria aperta, sotto la pioggia e le intemperie – senza spostarsi, sporchi e sdraiati, sotto il sole cocente, sui duri bordi delle barche, proprio dove gli stessi erano soliti cuocere la carne…”, scrisse Raleigh. “Posso garantirvi che non c’è mai stata, in Inghilterra, una prigione più sgradevole e ripugnante”. Questa situazione dimostrò le capacità di comando di Raleigh: tutti quegli uomini tornarono vivi sulla costa.

 

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Percorsero circa 250 miglia (402 km) su per l’Orinoco, fino a dove questo incontra un altro grande fiume, il Caroní – l’attuale sito di Guayana City. Qui, in un insediamento nativo di nome Morequito, Raleigh incontrò Topiawari, un anziano capo tribale – o cacique. Sembra che essi siano diventati amici: i successivi viaggiatori hanno riferito la delusione del capo, per il fatto che Raleigh non tornò. Raleigh, da parte sua, descrisse Topiawari come “il più saggio e il più orgoglioso” del suo popolo, un uomo “solenne, giudizioso e buon oratore”. Raleigh capì che Topiawari affermava che il confine di El Dorado era a quattro giorni di distanza, ma sarebbe dovuto tornare con più uomini e più armi. Raleigh non era mai arrivato così vicino al realizzare il suo sogno.

A quel tempo, era la metà di giugno. Tale era la forza del fiume che quel viaggio, che li aveva portati a monte in un mese, li aveva fatti ritornane in soli quattro giorni. Sulla via del ritorno, incontrarono un altro cacique, di nome Putijma, che disse loro di conoscere una grande collina dorata, da cui avrebbero potuto estrarre dell’oro. Ma Raleigh e il suo equipaggio tornarono in Gran Bretagna a mani vuote, con nient’altro che la promessa di una ricchezza futura.

 

Gli anni in prigione

Raleigh rimase convinto che, nella regione sudamericana, ci fossero ricchezze; la sua fede era ora infuocata dal crogiolo dell’esperienza. A soli quattro mesi dal suo ritorno a Londra, egli mandò uno dei suoi uomini più fedeli, Lawrence Keymis, a cercare quella miniera d’oro di cui aveva parlato Putijma. Ma gli spagnoli avevano già stabilito una città-fortezza a Morequito, chiamata Sao Tomé. Nel giro di un anno, Raleigh inviò un’altra nave per esplorare la regione a sud dell’Orinoco, seguendo le informazioni di Keymis, secondo cui costoro stavano cercando troppo a nord, per Manoa.

Gli ultimi anni del regno della regina Elisabetta I non furono buoni, per Raleigh, e gli anni seguenti furono ancora peggiori. Nell’autunno del 1603, Raleigh fu condannato per aver pianificato il rovesciamento di Giacomo I, che era salito al trono all’inizio di quell’anno. La sua condanna fu sospesa, ma lui avrebbe trascorso i successivi 12 anni imprigionato nella Torre di Londra. Forse, questo ne acuì l’ossessione, ma Raleigh non era l’unico a condividerla.

Walter Raleigh fu imprigionato nella Torre di Londra, in Inghilterra, dove infine fu giustiziato nel 1618 (crediti dell’immagine: © Bob Collowan, CC-BY-SA-4.0, Wikimedia Commons)

 

Nel marzo del 1609, il principe Enrico, il giovane erede al trono, sponsorizzò una spedizione nella regione, sotto Robert Harcourt. Alla fine dello stesso anno, Sir Thomas Roe guidò un’altra spedizione nella zona.

Raleigh era uno dei suoi sponsor, insieme a Roe e al conte di Southampton. Ci sarebbero voluti circa 18 mesi, prima che Roe tornasse e che concludesse che Manoa – la città d’oro di El Dorado – non esisteva.

Questo sembrò non scoraggiare minimamente Raleigh. Nel 1616, James lo liberò dalla torre e lo autorizzò a tornare in Guiana, in cerca di una potenziale miniera d’oro – in particolare, una vena – che Raleigh aveva visto nella rocca sabbiosa, vicino a quella che era diventata Sao Tomé. Raleigh ebbe istruzioni esplicite di non attaccare l’esercito spagnolo: la politica di James nei confronti della Spagna era infatti di pace e riconciliazione.

 

Nuovo sogno dell’oro

Raleigh salpò da Plymouth il 12 giugno 1617, con 164 navi sotto il suo comando. Con lui, c’era il figlio 22enne Wat e il formidabile Lawrence Keymis. Durante il viaggio attraverso l’Atlantico, una malattia uccise 42 uomini, tra cui John Pigott, il comandante in seconda di Raleigh. Lo stesso Raleigh crollò sul ponte, battendo la testa, e non poté mangiare cibi solidi per 20 giorni o più. Egli sopravvisse, come disse lui, solo grazie all’aiuto della sua ciurma.

A metà novembre, quando la flotta arrivò al largo delle coste del Sud America, era evidente che Raleigh era troppo malato per poter guidare la spedizione a monte, e Keymis prese il comando in sua vece. Sotto di lui, c’erano cinque capitani e cinque comandanti di compagnia, tra cui Wat. La spedizione era composta da circa 400 uomini in totale.

 

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Si avviarono verso l’Orinoco il 10 dicembre. Solo tre delle cinque navi sopravvissero alle potenti correnti e alle secche del delta, e raggiunsero Sao Tomé il 2 gennaio 1618. I preparativi di Raleigh per la spedizione erano stati accurati e prolungati, nonché piuttosto pubblici. Gli uomini di Keymis furono sorpresi da un’imboscata, mentre il sole tramontava. Il presidio spagnolo era piccolo: esso comprendeva solo 57 uomini, tra cui un numero di invalidi.

Più tardi – dopo mezzanotte, si disse, e certamente dopo lunghe discussioni – gli esploratori inglesi presero d’assalto la città. Wat Raleigh, a capo dei picchieri, guidò la carica, ma fu abbattuto da una palla di moschetto alla gola. Altri quattro inglesi morirono, durante la presa della città. Keymis li fece seppellire tutti nella chiesa ivi presente, con Wat nell’altare maggiore.

Di ritorno sulla costa, Raleigh non ne seppe nulla per un mese. Poi, il 31 gennaio, egli venne a sapere da una fonte locale che due dei cinque capitani erano morti nei combattimenti. Due settimane dopo, ricevette una lettera da Keymis. “Non ho mai conosciuto il dispiacere, fino ad ora”, scrisse Raleigh in seguito a sua moglie, riportandole la notizia.

La mappa di Willem Janszoon Blaeu, relativa all’area nord-orientale del Sud America, il Lago Parima (Parime Lacus) e la rotta per El Dorado. Blaeu inizialmente pubblicò questa mappa nel 1630, e le sue varianti furono pubblicate nel 1660. (Crediti dell’immagine: Geographicus Rare Antique Maps, Wikimedia Commons)

 

Missione suicida

A Sao Tomé, anche Keymis – che probabilmente, dopo aver attaccato la città spagnola, si era reso conto di aver violato le condizioni principali dell’accordo di Raleigh con Giacomo I – stava crollando. Solo pochi spagnoli erano morti nella scaramuccia. La maggior parte di questi era fuggita, e Keymis temeva che sarebbero tornati a monte, con i rinforzi. Inoltre, ovviamente, egli non aveva idea di dove potesse essere la miniera. Era forse certo che ce ne fosse una?

Keymis ciondolò e si mise in stallo, perdendo tutto il rispetto di coloro che lo servivano. Alla fine, tre piccole imbarcazioni furono inviate a monte da Sao Tomé. Alcuni rapporti riferirono che gli uomini di questa nuova spedizione avevano proseguito per 300 miglia, all’interno. Costoro avevano portato del cibo sufficiente per quattro giorni, ma erano passate ormai tre settimane, senza che potessero trovare informazioni sulla posizione di quella miniera, né di una nuova.

Tornarono quindi a Sao Tomé, che trovarono soggetta a sempre più incalzanti incursioni di guerriglia. Dopo 29 giorni di occupazione, gli inglesi lasciarono la città, che gli spagnoli poi misero a ferro e fuoco.

(Crediti dell’immagine: Alamy)

 

I resti della ciurma di Keymis si incontrarono con Raleigh sulla costa, il 2 marzo. Keymis chiese il perdono di Raleigh. “Vedendo che mio figlio era perduto, non mi importava”, gli disse Raleigh. “Lui mi aveva annientato con la sua ostinazione, e non avrei favorito né dipinto in alcun modo la sua passata follia”.

Keymis tornò nella sua cabina e si infilò un coltello nel cuore. Dopo essere tornato in Inghilterra con le sue navi rimaste, Raleigh venne imprigionato e giustiziato nel novembre dello stesso anno. James I usò la violazione della sua promessa, quella di mantenere la pace con gli spagnoli, come un motivo per ripresentare l’accusa di tradimento. Raleigh morì per molte ragioni; il fallimento nella sua ricerca dell’oro fu solo l’ultimo di questi.

Cosa dovremmo fare, allora, di quella ricerca, che costò così cara a Raleigh? Non sembrano esservi dubbi sull’effettività della sua fede iniziale nell’esistenza di El Dorado. Ma che dire, del fatto che lui decise di tornare nel giugno del 1585? Questo è il punto, dopotutto, quando erano spuntate le prime notizie su una miniera, e Raleigh e i suoi uomini corsero a valle. Stava forse illudendo sé stesso e quelli che lo circondavano?

La sua incapacità nel raggiungere El Dorado – la grandezza di quell’umiliazione – era semplicemente troppo ampia, per poter essere accettata?

 

Non lo sappiamo. In un certo senso, siamo tuttora nella morsa della fantasia di Raleigh, ancora assorbiti nella sequenza epica del suo fallimento dopo 400 anni, ponendoci le stesse domande formulate dai suoi contemporanei, sull’intensità dell’ossessione di Raleigh e sull’integrità del suo sogno.

 

Questo articolo è stato adattato da una versione precedente pubblicata sulla rivista All About History, una pubblicazione della Future Ltd.

 

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https://www.livescience.com/walter-raleighs-quest-for-el-dorado.html

 

Walter Raleigh’s bloody quest for El Dorado

By All About History, Mathew Lyons

 

Reference article: Facts about Walter Raleigh and the infamous El Dorado.

Queen Elizabeth I’s favourite explorer was driven mad searching for the mythic ‘Golden Empire,’ otherwise known as El Dorado.

(Image: © Getty Images International Ltd)

 

Not many people have the distinction of putting a nonexistent place on the map, but Sir Walter Raleigh was one of them. That place was El Dorado, a legendary city of gold that was said to be located in what is now Venezuela.

But calling it a city is too precise. To the conquistadors searching for it, El Dorado was at different times a city, a kingdom or an empire; later, the search for it morphed into the search for a mine.

In the 1530s, when the phrase was first coined by the Spanish conquistadors, “El Dorado” was a man covered head to toe in gold dust — “the golden one” — and a participant in a tribal ritual of the Chibcha in the Colombian Andes. Since then, El Dorado has become a loose, seductive metaphor for the riches that might still lie undiscovered in the vast northern hinterlands of South America.

 

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The name may forever be associated with Raleigh, the famous British explorer. And, arguably, without Raleigh’s own fame, El Dorado might have sunk into obscurity with other mythic golden cities such as Paititi, Cibola or Quivira, which the Europeans believed existed in the Americas. But Raleigh was by no means the first person to fall under the spell cast by the promise of unfound riches. In fact, by the time word of El Dorado reached him in the 1580s, Spanish explorers had already made several attempts to find it.

It was Raleigh, though, who ignited the story.

 

A fictional depiction of Walter Raleigh landing in Virginia  (Image credit: Alamy)

 

How Raleigh learned of El Dorado

Raleigh likely first learned of El Dorado in the early autumn of 1586, almost certainly from a Spanish conquistador named Don Pedro Sarmiento de Gamboa, who had been captured by Raleigh’s privateers in August of that year while returning home across the Atlantic. With 30 years of experience in the New World behind him, Sarmiento was a seasoned explorer.

Considering the two great Incan and Aztec empires that Spain had conquered some 70 years earlier, the idea of a third certainly wouldn’t have seemed absurd to Raleigh.

 

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It may also have been from Sarmiento that Raleigh heard of Don Antonio de Berrio, another conquistador. Berrio believed he had reached the border of El Dorado in the Guiana Highlands on the upper reaches of the Orinoco river in an epic 18-month trek that concluded in 1585.

Berrio was in some senses Raleigh’s principal rival, and that rivalry embodies a key truth about El Dorado for Raleigh. It was, of course, always about the gold. But fighting over that gold with Spain sharpened its importance: If Raleigh found El Dorado, he would be bringing England a fortune that would rival the flood of American treasure on which Spanish power gorged. Without that wealth, as Raleigh later pungently said, Spain’s monarchy would be merely “kings of figs and oranges.”

 

Walter Raleigh embarked on several expeditions in search of gold and glory (Image credit: Alamy)

 

The quest for an elusive prize

In 1594, Raleigh sent one of his men, Jacob Whiddon, on a reconnaissance mission to the coast around Trinidad and the Orinoco delta, which covers some 16,000 square miles (41,400 square kilometers). The following year, he raised the enormous sum of 60,000 pounds sterling (equivalent to over $13 million today) to finance the grand expedition to South America he was planning. The fleet was originally intended to be eight ships strong, but Raleigh was impatient and he left Plymouth with four ships and around 250 men on Feb. 6, 1595.

Raleigh’s ships made it to Trinidad, off the coast of South America, by March 22. On the evening of April 7, Raleigh’s men attacked the Spanish garrison at the island’s colonial capital, San José. This was a strategic necessity: Raleigh could not safely go upriver and leave his ships at the mercy of the enemy. But there was another goal, too: Raleigh had discovered that Berrio himself was in San José, and he wanted to talk.

“I gathered from him as much of Guiana as he knew,” Raleigh wrote in his book “The Discovery of Guiana” (published 1848). Berrio told Raleigh the story of a master of munitions named Juan Martínez, who Berrio said had lived in Manoa for seven months and gave the city its Spanish name, El Dorado.

 

A contemporary portrait of Sir Walter Raleigh attributed to Sir William Segar (1564-1633). (Image credit: Public Domain. National Gallery of Ireland)

 

Most of what we know happened next comes from Raleigh’s own account, “The Discovery of Guiana,” which he wrote on his return to England.

After meeting with Berrio, Raleigh took his men upriver with enough food for a month. Conditions and morale were dreadful: 100 men, five small, shallow, open-topped boats, torrential rains, intense heat and no real direction.

They were “driven to lie in the rain and weather in the open air — without shift, lying most sluttishly — in the burning sun, and upon the hard boards [of the boats, also used to] dress our meat …” Raleigh wrote. “I will undertake there was never any prison in England that could be found more unsavoury and loathsome.” If anything in his life demonstrated Raleigh’s leadership skills, it was this: All the men made it back to the coast alive.

 

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They traveled some 250 miles (402 km) up the Orinoco to where it meets another great river, the Caroní — the site of Guayana City today. Here, at a native settlement named Morequito, Raleigh met Topiawari, an elderly tribal chief, or cacique. It seems that they became friends: Later travelers reported the chief’s disappointment that Raleigh did not return. Raleigh, for his part, described Topiawari as the “proudest and wisest” of his people, a man of “gravity and judgement [and] good discourse.” Raleigh understood Topiawari to say that the border of El Dorado was four days away, but Raleigh needed to return with more men and arms. It was as close as Raleigh ever came to realizing his dream.

By that time, it was the middle of June. Such was the force of the river that a journey that had taken them a month upriver took them a mere four days on the return. On the way back, they met another cacique named Putijma, who told them he knew of a great, gold-bearing hill that could be mined. But Raleigh and his crew returned to Britain empty-handed, with nothing more than the promise of wealth to come.

 

The prison years

Raleigh remained convinced that there were riches to be found in the South American region, his faith now fired in the crucible of experience. A mere four months after his return to London, he sent one of his most loyal men, Lawrence Keymis, to scout out the gold mine of which Putijma had spoken. But the Spanish had already established a fort-town named San Thomé at Morequito. Within a year, Raleigh sent another ship to explore the region south of the Orinoco, following intelligence from Keymis that they had been searching too far north for Manoa.

The last years of Queen Elizabeth I’s reign were not good ones for Raleigh, and the following years were worse. In the autumn of 1603, Raleigh was convicted of plotting the overthrow of James I, who had ascended the throne earlier that year. His sentence was suspended, but he would spend the next 12 years imprisoned in the Tower of London. Perhaps that sharpened the obsession, but Raleigh wasn’t alone in sharing it.

Walter Raleigh was imprisoned in the Tower of London, England, where he was eventually executed in 1618 (Image credit: © Bob Collowan, CC-BY-SA-4.0, Wikimedia Commons)

 

In March 1609, the young heir to the throne, Prince Henry, sponsored an expedition to the region under Robert Harcourt. At the end of that same year, Sir Thomas Roe led another expedition to the area. Raleigh was one of its sponsors, alongside Roe and the Earl of Southampton. It would be some 18 months before Roe returned, concluding that Manoa — the golden city of El Dorado — did not exist.

This seems not to have deterred Raleigh in the slightest. In 1616, James released him from the tower and authorized him to return to Guiana in search of a potential gold mine — a seam, specifically, that Raleigh had seen in the sandy rock close to what had become San Thomé. Raleigh had explicit instructions not to engage the Spanish military: James’ policy toward Spain was one of peace and rapprochement.

 

New gold dream

Raleigh sailed from Plymouth on June 12, 1617, with 14 ships under his command. With him were the redoubtable Lawrence Keymis and Raleigh’s 22-year-old son, Wat. Illness on the voyage across the Atlantic accounted for the lives of 42 men, including Raleigh’s second-in-command, John Pigott. Raleigh himself collapsed on the deck, hitting his head. He couldn’t eat solid food for 20 days or more. He survived, he said, on the occasional stewed prune.

By mid-November, when the fleet arrived off the coast of South America, it was apparent Raleigh was too ill to lead the expedition upriver, and Keymis took charge in his stead. Under him were five captains and five company commanders, among them Wat. The expedition consisted of some 400 men in total.

 

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They started up the Orinoco on Dec. 10. Only three of the five ships survived the powerful currents and shoals of the delta, and they reached San Thomé on Jan. 2, 1618. Raleigh’s preparations for the expedition had been both thorough and prolonged; they had also been quite public. Keymis’ men were surprised by an ambush as the sun fell. The Spanish garrison was small — it comprised just 57 men, including a number of invalids.

Later — after midnight it was said, and certainly after much debate — the English explorers stormed the town. Wat Raleigh, captaining the pikemen, led the charge, and was felled by a musket ball in the throat. Four other Englishmen died in the taking of the town. Keymis had them all buried in the church there, Wat by the high altar.

Back at the coast, Raleigh knew nothing of this for a month. Then, on Jan. 31, he heard from a native source that two of the five captains had died in the fighting. Two weeks later, he received a letter from Keymis. “I never knew what sorrow meant till now,” Raleigh later wrote to his wife with the news.

Willem Janszoon Blaeu’s map of the northeastern parts of South America , Lake Parima (Parime Lacus), and the route to El Dorado. Blaeu initially issued this map in 1630 and variants were published well in to the 1660s. (Image credit: Geographicus Rare Antique Maps, Wikimedia Commons)

 

Suicide mission

In San Thomé, Keymis — who must have known that by attacking the Spanish town he had breached the principal condition of Raleigh’s deal with James I — was falling apart, too. Only a few Spanish had died in the skirmish. Most had fled, and Keymis was fearful they would return upriver with reinforcements. Moreover, of course, he had no precise idea where the mine might be. Did he even believe there was one?

Keymis dithered and stalled, losing all respect from those who served under him. Eventually, three small craft were sent upriver from San Thomé. Some reports said the men in this new expedition went as far as 300 miles into the interior. They took enough food for four days but were gone three weeks, finding no information about the location of either a new mine or an existing one.

They returned to San Thomé and found it subject to increasingly successful guerrilla raids. After 29 days of occupation, the English left the town, and the Spanish burned it to the ground.

(Image credit: Alamy)

 

The remnants of Keymis’ party met with Raleigh on the coast on March 2. Keymis begged Raleigh’s forgiveness. “Seeing my son was lost, I cared not,” Raleigh told him. “[He] had undone me by his obstinacy, and I would not favour or colour in any sort his former folly.”

Keymis returned to his cabin and drove a knife through his own heart. After he returned to England in his remaining ships, Raleigh was imprisoned and executed in November of the same year. James I used the breach of his promise to keep peace with the Spanish as an excuse to revive the treason charge. Raleigh died for many reasons; the failure of his search for gold was only the last of them.

What then, are we to make of that search, which cost Raleigh so much? There seems little doubt that his initial faith in the existence of El Dorado was real enough. But what about after he decided to turn back in June 1585? That is the point, after all, when talk of a mine first appeared as Raleigh and his men raced downriver. Was he deluding himself as well as those around him? Was his inability to reach El Dorado — the vastness of that humiliation — simply too great to countenance?

We don’t know. We are still, in a sense, in the grip of Raleigh’s imagination even now, absorbed in the epic scale of his failure after 400 years, asking ourselves the same questions his contemporaries asked, about the intensity of Raleigh’s obsession and the integrity of his dream.

 

 

This article was adapted from a previous version published in All About History magazine, a Future Ltd. publication. 

 

 

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