La promessa di Dio

 

La promessa di Dio e i quattro funerali

(Giosuè 1:1-18; 24:29-33)

Alcuni mesi fa, stavo leggendo a uno dei miei figli “The Hoosier Schoolboy” (“Lo scolaro bifolco”), di Edward Eggleston.

Avevamo avuto il libro nella nostra biblioteca da un po’ di tempo, ma non l’avevamo mai letto.

Alla fine, io e Seth lo prendemmo. Egli fu piuttosto preso da quel libro e si fece prendere dalla storia.

In effetti, lesse l’ultimo capitolo da solo, in modo che lui sapesse fin dall’inizio come esso “si sarebbe rivelato alla fine”.

Non è una cattiva idea, nemmeno per un libro biblico. Normalmente, ci si potrebbe aspettare che uno scrittore sollevi alcune delle sue principali perplessità, leggendo l’introduzione e la conclusione. Quindi, proponiamo di leggere l’inizio e la fine del libro di Giosuè, per ottenere una prospettiva, grazie alla quale poter leggere l’intero libro.

Nel caso di Giosuè, ciò significa che ci troviamo ad assistere a quattro funerali.

Partecipiamo al funerale di Mosè, in primis, e salviamo il resto per il prosieguo della nostra discussione.

 

La promessa di Dio e il Primo Funerale (1:1-18)

Prima di iniziare l’esposizione dei temi del capitolo 1, sarà meglio notare come è strutturato il capitolo. Esso si divide in due sezioni principali, che seguono entrambe lo stesso schema principale:

La morte di Mosè, 1a

L’incarico di Yahweh a Giosuè, 1b-9

Il comando di Yahweh all’azione, 1b-4

“Attraversa…”

“La terra che sto dando…”

L’incoraggiamento di Yahweh a Giosuè, 5-9

“Io sarò e sono con te” (all’inizio e alla fine della sezione);

“Sii forte e sii audace” (tre volte, nel mezzo della sezione).

L’accusa di Giosuè ad Israele, 10-18

Il comando di Giosuè, di prepararsi all’azione, 10-15,

alle persone (tramite i funzionari), 10-11

“Stai per attraversare…”

“la terra che Yahweh… sta dando”

Alle tribù orientali, 12-15

“Devi attraversare…”

“La terra che Yahweh … sta dando”

incoraggiamento della gente a Giosuè, 16-18

“Yahweh … sarà con te”

“Sii forte e coraggioso”.

 

Da questa scena, emergono almeno due evidenze: la terra è il dono di Dio e, tuttavia, vi è il comando di impadronirsi di quel dono e viene dato l’incoraggiamento al capo del popolo di Dio.

L’incoraggiamento, in entrambi i casi, viene dato a Giosuè, il quale, come vedremo, ne aveva senza dubbio un gran bisogno. Questo tema include i capitoli 3-4 (vedi 3:7; 4:14). È interessante notare che il capitolo 1 è quasi interamente un discorso diretto, piuttosto che una narrativa descrittiva; lo scrittore utilizza i discorsi degli altri, per raccontare la sua storia.

Ora, seguirà un’esposizione più dettagliata.

 

La vitalità della promessa di Yahweh (1:1-4)

Il primo tema, sottolineato dallo scrittore, è la vitalità della promessa di Yahweh. Il contenuto della promessa ha a che fare con il dono della terra, da parte di Yahweh (vv. 2-4, 6, 11, 15).

E un po’ di terra!

Come in Genesi 15:18, Deuteronomio 1:7 e 11:24, il confine orientale è il fiume Eufrate. Devi visualizzare il tuo atlante biblico, per poterlo credere o meno! [1]

Ma ciò che è importante vedere è che questa è la promessa che Dio fece molto tempo fa ad Abramo e alla compagnia di costui (Gen 12:6-7; 13:14-15; 15:7, 18-21; 17:8; 24; 26:3-4; 28:13-14; 35:12; 48:3-4; 50:24). Quindi, le radici teologiche di Giosuè 1 si immergono profondamente nel terreno di Genesi 12 e seguenti, e quell’antica promessa sta per ricevere il suo contemporaneo compimento.

Tuttavia, il contesto della promessa – “dopo la morte di Mosè” (v. 1) – è particolarmente significativo.

“Mosè, il mio servo, è morto”, dice il Signore, “e ora, lèvati, attraversa questo Giordano… e giungi nel Paese che Io sto dando loro” (v.2). Per apprezzare questo riferimento alla morte di Mosè, bisogna ricordare la tradizione pentateucale della grandezza di Mosè.

Israele si trovava a pochi passi dalla morte del suo patto, in Esodo 32-34; Mosè era l’unico israelita in comunione con Yahweh (questa è l’implicazione di Esodo 33:7-11, nel contesto) e, quale mediatore per Israele, attaccò il proprio destino a quello del suo popolo (33:16).

Diversamente dai profeti in generale, Mosè ricevette rivelazioni da Yahweh nel modo più diretto (Numeri 12:1-8). In effetti, il Deuteronomio 34:10-12 (i tre versi prima di Giosuè) rende chiaro che Mosè era davvero impareggiabile. Non c’era nessuno come lui; nessuno grande quanto costui, finché non venne l’Uno, più grande di Mosè.

Ed ora, Mosè era morto. Puoi immaginare lo sgomento in Israele. Anche se te lo aspettavi, se ne eri informato, o se eri preparato per questo (Deut 31), cosa faresti se morisse il servo di Dio e se, tra te e la terra che devi ereditare, si trovasse un fiume in piena?

(Dopotutto, potresti chiederti se Mosè sia effettivamente morto – egli è menzionato undici volte in Giosuè 1!)

Cosa ti rimarrebbe, quando tutti i primi cinque libri della Bibbia ti stessero preparando ad un funerale?

È contro questo sfondo, della morte di “Mosè l’Impareggiabile”, che lo scrittore statuisce la continuità della promessa di Yahweh.

“Mosè, il mio servo, è morto; quindi, devi aspettare”? No.

“Devi piangere”? No.

Ma: “Alzati, attraversa (il fiume, fino alla) … terra”.

Mosè può morire; ma la promessa di Dio sopravvive. C’è il trascorrere di un’epoca; eppure, c’è la perseveranza della promessa.

La fedeltà di Yahweh non dipende dai risultati degli uomini, per quanto dotati essi possano essere; né svanisce di fronte ai funerali o ai fiumi. [2]

 

L’Incoraggiamento della Presenza di Yahweh (1:5, 9, 17)

In secondo luogo, Giosuè 1 evidenzia l’incoraggiamento per la presenza di Yahweh.

“Io sarò con te” (v. 5).

È interessante notare che queste semplici parole furono già pronunciate una volta, in precedenza, nei confronti di un tipo molto reticente, arretrato, giustificazionista e delegante, ossia a Mosè, in Esodo 3:12, quando questi fu chiamato ad affrontare sia Israele che il Faraone. Lo stesso Dio, ora, dà la medesima sicurezza a Giosuè, in simili minacciose circostanze.

In verità, può darsi che lo stesso nome di Yahweh sia inteso come stenografia teologica (o devozionale) per le implicazioni e per il messaggio dell’affermazione: “Io sarò con te” (vedi Esodo 3:14-15, alla luce di 3:12). [3]

Quindi, Mosè è morto, ma Yahweh non è cambiato. Egli è ancora Yahweh, il Dio che è presente con il Suo servitore e il Suo popolo, per aiutare e liberare (in contrasto, vedi Osea 1:9).

È grazie a questa certezza che Yahweh può esortare Giosuè ad essere “forte e audace” (versetti 6, 7, 9). A Giosuè non viene detto di digrignare i denti, né di farsi coraggio da solo; costui deve essere forte solo perché Yahweh è con lui (v. 9) e non perché Yahweh preferisca leader che siano pensatori positivi. Nota come questa assicurazione continui a riapparire in tutto il libro (2:24; 3:7, 10; 4:14; 6:27; 10:14, 42; 13:6; 14:12; 21:44; 23:3, 10).

Un lettore cristiano contemporaneo potrebbe vedere questo e dire che è tutto molto bello per Giosuè, ma che questi era un personaggio degno di nota; egli avrebbe dovuto guidare tutto Israele.

Cosa potrebbe dirsi di un semplice cristiano come me? È questa la promessa per i cristiani comuni? Guarda l’uso di questa promessa in Ebrei 13:5-6:

Mantieni la tua vita libera dall’amore per il denaro e accontèntati di ciò che hai; poiché Egli ha detto: “Non ti deluderò mai, né ti abbandonerò”. Quindi, possiamo dire con sicurezza: “Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura; cosa mai potrà farmi l’uomo?” [versione standard rivista].

Qui, la promessa di Giosuè 1:5 è applicata a una congregazione cristiana. La promessa della presenza costante di Dio in Giosuè 1 è anche per te (nota il “per”, in Ebrei 13:5b) ed è la soluzione al peccato di bramosia e di malcontento che, a sua volta (notare il “quindi” di Ebrei 13:6), porta alla grande libertà del vivere senza paura! Non c’è nulla di più essenziale, per il popolo di Dio, che l’ascoltare il proprio Dio che ripete loro, nel corso di tutte le loro mutevoli circostanze: “Io sarò con te” o “Io non ti abbandonerò”.

 

La centralità della Parola di Yahweh (1:7-8)

Il terzo tema che osserviamo è la centralità della parola di Yahweh.

A Giosuè viene comandato di essere particolarmente forte e audace, “di prestare attenzione, secondo tutta la Torah (istruzione) che Mosè, Mio servitore, ti ha comandato” (v. 7). Dio non rifiuta la formula che conduce a tale obbedienza: “Mediterai (mormorerai) su questo documento della Torah giorno e notte, in modo da prestare attenzione a fare tutto ciò che è scritto in esso” (v. 8).

L’assorbimento costante e attento della Parola di Dio porta ad obbedire ad essa. Dalla mancanza del suo studio, scaturirà la mancanza di obbedienza. Notate come lo scrittore sottolinea questa urgenza, di obbedienza alla parola di Yahweh, anche negli ultimi capitoli (22:5; 23:6; cfr 8:30-35).

Questo comando è dato specificamente a Giosuè, quale capo del popolo di Dio.

Possiamo legittimamente ritenere che esso obblighi anche ogni israelita o cristiano? Sì.

Se non ci piace Giosuè 1:7-8, dobbiamo ancora leggere il Salmo 1:2, che descrive ciò che dovrebbe essere veritiero per ogni devoto credente (ossia: “ma la sua gioia è nella Torah di Yahweh, e nella Sua Torah egli medita giorno e notte”).

Non c’è via di fuga! In effetti, la Torah dovrebbe essere la nostra gioia. La vita nel Regno di Dio deve essere vissuta fuori dalla Parola di Dio.

Giosuè 1 e, similmente, il Salmo 1 ci dicono che una vita gradita a Dio non nasce da esperienze mistiche, né da caldi sentimenti, né da un nuovo espediente sostenuto in una versione corrente da uno dei nostri editori evangelici; no, essa viene dalla Parola che Dio ha già pronunciato e dall’obbedienza a quella Parola.

 

L’unità del popolo di Yahweh (1:12-18)

Infine, Giosuè 1 usa molto spazio per descrivere l’unità del popolo di Yahweh.

Si potrebbe pensare che ci sia poco materiale teologico in questi versetti, ma essi assumono un nuovo significato, quando vengono letti alla luce di Numeri 32.

Quando le due tribù (o due e mezzo) chiedono a Mosè di assegnare loro un’eredità ad est del Giordano, Mosè sospetta che la loro domanda nasconda una nuova cospirazione, tesa a far abortire l’adempimento della promessa di Dio. Egli li lambisce in una fiamma di fuoco bianco, come una “nidiata di uomini peccatori” (Numeri 32:14), apparentemente contenti, ora, di possedere la loro terra, di saltare alla conquista della Cis-Giordania, di permettere alle altre tribù di provvedere a sé stesse e, quindi, di scoraggiare e dissuadere (Num. 32:7) la maggioranza del popolo di Dio. Quindi, dice Mosè, ci sarà un altro Kadesh-Barnea!

Di nuovo, Numeri 13-14!

È alla luce del pericolo di ribellione contro Yahweh che l’unità del popolo di Dio diventa così cruciale (Numeri 32:16-27).

Ora, forse, possiamo capire perché l’unità di tutta Israele, così come ritratta in Giosuè 1, fosse così cruciale. Qui, le tribù di Reuben, di Gad e la metà della tribù di Manàsse sono modelli di obbedienza volontaria e strumenti di incoraggiamento.

L’indifferenza da parte loro, o il loro sdegno nei confronti delle tribù occidentali, avrebbero scoraggiato e sfiduciato il resto del popolo di Dio ed avrebbero portato a ribellione e incredulità.

È interessante notare la preoccupazione per “tutto Israele”, in tutto il libro di Giosuè (capitoli 3-4; capitoli 7-8; 10:29 ss.; 22:12, 16; 23:2; 24:1). [4]

Qui, potrebbero rilevarsi implicazioni per la dottrina e la pratica della chiesa – l’unità tra il popolo di Dio non è un lusso ozioso. Questo non significa che dobbiamo sentirci tutti legati e incollati l’uno all’altro, ma significa che dobbiamo preoccuparci abbastanza, in modo da desiderare che nessuno dei figli del Signore si scoraggi. Sembra che un tale premuroso incoraggiamento debba aver luogo nei nostri incontri pubblici (Ebrei 10:25; vedi un bell’esempio in 1 Sam. 23:16). Ed è fondamentale perché, in definitiva, l’unità è un prerequisito della fedeltà.

Quindi, Mosè è morto. Ma il Signore non ha lasciato orfani né Israele, né noi; abbiamo ancora la promessa di Dio, la presenza di Dio, la Parola di Dio e il popolo di Dio. E ciò dovrebbe essere sufficiente, fino a quando il Regno di Dio verrà in Potere e in grande Gloria.

 

La Promessa di Dio e gli ultimi tre funerali (24:29-33)

Questi versi sembrano essere un modo piuttosto secco per chiudere un libro, che in realtà è interessante: una colonna di necrologi per una conclusione. Tuttavia, dovremmo chiederci perché lo scrittore chiuda il suo libro in questo modo. Vuole forse egli fornire dei semplici dettagli di sepoltura, fornire una sezione del “dove sono essi ora”, con riguardo al cast principale, o fornire informazioni in modo che i parenti possano trovare le tombe giuste per il “Veterans’ Day” (il “Giorno dei Veterani”) di ogni anno?

A mio avviso, questi sono necrologi teologali, che lo scrittore ha deliberatamente posti alla fine del libro, per sottolineare le sue preoccupazioni.

 

La veridicità della Promessa di Yahweh

In primis, costui sottolinea la veridicità della promessa di Yahweh. Osserviamo i luoghi in cui sono sepolte le ossa di Giosuè, di Giuseppe e di Eleazar (vv 30, 32, 33). Ovviamente, per ciascun caso, viene data una posizione definita, ma il punto importante è che ciascuno di loro è sepolto nella terra che Yahweh ha promesso loro. Costoro sono morti; ma le loro pietre tombali sono monumenti alla fedeltà di Yahweh, per quanto concerne la Sua promessa della terra.

Il riferimento alle “ossa di Giuseppe” è particolarmente interessante (v. 32).

Il Libro della Genesi si chiude con Giuseppe, aggrappato alla promessa di Dio della terra.

È un’immagine stupefacente.

Giuseppe è sia in Egitto che sopra l’Egitto, ma certamente egli non appartiene all’Egitto; poiché, anche quando costui muore, i suoi occhi sono incollati su un’altra terra, che Yahweh ha promesso a lui.

Egli è talmente preso da quella promessa – si tratta di una tale passione, per lui – da richiedere che i suoi parenti portino le sue ossa in quella terra, quando Dio li condurrà fuori dall’Egitto (cfr. Ebrei 11:22), cosa che essi fecero (Esodo 13:19). Ed ora (Giosuè 24:32), costoro trovano il loro luogo di riposo.

È trascorso un enorme lasso di tempo, da quando Abramo ricevette la promessa: da 500 a 600 anni!

Ma, così afferma il nostro scrittore, il passare del tempo non annulla le promesse di Dio.

Giosuè, Giuseppe, Eleazar: costoro, pur essendo morti, parlano ancora.

 

La prova per il popolo di Yahweh

In secondo luogo, il nostro scrittore accenna alla prova per il popolo di Yahweh. Il versetto 31 sembra essere sia positivo che negativo: “Israele servì il Signore per tutto il tempo di Giosuè e per tutti i giorni degli anziani che sopravvissero a Giosuè, che aveva conosciuto tutta l’opera che Yahweh aveva fatto per Israele”. Ecco un atto di fedeltà e un cenno di esitazione.

In questa sezione, sentiamo parlare della morte sia di Giosuè che di Eleazar. Il libro di Giosuè collega costantemente Eleazar e Giosuè (14:1; 17:4; 19:51; 21:1), proprio come il Pentateuco collega Aaronne e Mosè. Così, le morti di Eleazar e di Giosuè stanno a significare la completa scomparsa di quella generazione di conquista. Quindi, la domanda rimane: dove si trova Israele? Israele servirà ancora Yahweh, ora che Giosuè, Eleazar e gli anziani sono dipartiti? Nel verso 31, lo scrittore sembra già vedere la situazione di Giudici 2:10 e teme che la risposta sia un “no”. [5]

(Forse è per questo che egli ha scritto questo libro: per descrivere la fedeltà di Yahweh, in modo che un Israele oscillante potesse rispondere di conseguenza, prima che fosse troppo tardi).

Può la chiesa rimanere fedele, dopo che i testimoni oculari sono spariti? Non si tratta di un piccolo test. È questo il pericolo continuo di una religione di seconda generazione: resteremo ardenti e fedeli, senza la leggera pressione dei nostri mèntori spirituali, su cui ci appoggiammo in passato?

Anche se noi stessi non abbiamo visto il taglio del Giordano, né il crollo di Gerico, possiamo ancora aggrapparci al Dio che fece queste cose?

 

Il bisogno della vittoria di Yahweh

In terzo luogo, forse non abbiamo torto, se qui vediamo la necessità della vittoria di Yahweh.

In verità, queste tombe testimoniano il compimento della promessa di Yahweh; eppure, c’è un’incompletezza, una tragedia a tale riguardo, poiché essa è segnata dalla morte.

Perché la saga di fede e di vita di Israele deve continuare a chiudere i suoi capitoli con avvisi di morte? La Genesi termina con la morte di Giuseppe. Il Deuteronomio termina con la morte di Mosè. Il Libro di Giosuè termina con la morte di Giosuè. Non è questo il pungiglione del peccato, che vediamo qui, nella fedeltà di Dio?

Non è questo un segno dell’ira di Dio contro di noi (Sal. 90:9, 11-12)?

È molto meglio, quando Colui che “abolì la morte” (2 Timoteo 1:10) fa risplendere gli ultimi capitoli con la resurrezione (Matteo 28; Marco 16; Luca 24; Giovanni 20-21).

 

 

 

 

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The Promise of God and Four Funerals

(Joshua 1:1-18; 24:29-33)

Several months ago I was reading Edward Eggleston’s The Hoosier Schoolboy to one of my sons. We’d had the book in our collection for some time but had never read it. Finally, Seth and I tackled it. He was quite taken with it and really became caught up in the story. In fact, he read the last chapter on his own so that he would know all along how ‘it finally turned out’. That is not a bad idea – even for a biblical book. Normally, one might expect a writer to raise some of his foremost concerns in his introduction and conclusion. Hence, we propose to look at the very beginning and the very end of Joshua first in order to gain a perspective from which to view the whole book.

In the case of Joshua, this means that we find ourselves attending four funerals. Let’s attend Moses’ funeral first and save the rest for later in our discussion.

 

The Promise of God and the First Funeral (1:1-18)

Before entering into an exposition of the themes of chapter 1, it will be well to notice how the chapter is put together. The chapter falls into two major sections, both of which follow the same main pattern:

Death of Moses, 1a

Yahweh’s charge to Joshua, 1b-9 Yahweh’s command to action, 1b-4

‘Cross over…’

‘The land I am giving…’ Yahweh’s encouragement to Joshua, 5-9

‘I will be/am with you’ (beginning and end of section) ‘Be strong and be bold’ (three times in the middle of section)

Joshua’s charge to Israel, 10-18

Joshua’s command to prepare for action, 10-15 To people (via officers), 10-11

‘You are going to cross over…’ ‘The land Yahweh … is giving’

To eastern tribes, 12-15 ‘You must cross over…’

‘The land Yahweh … is giving’ People’s encouragement to Joshua, 16-18

‘Yahweh … be with you’ ‘Be strong and bold’

From this sketch at least two emphases emerge: the land is God’s gift and yet there is the command to lay hold of that gift, and encouragement is given to the leader of God’s people. The encouragement in both cases comes to Joshua, who, as we shall see, doubtless needed it greatly. This theme carries into chapters 3–4 (see 3:7; 4:14). Interestingly, chapter 1 is almost entirely direct speech rather than descriptive narrative; the writer uses the speeches of others to tell his story. Now for a more detailed exposition.

 

The Vitality of Yahweh’s Promise (1:1-4)

The first theme the writer underscores is the vitality of Yahweh’s promise. The content of the promise has to do with Yahweh’s gift of the land (vv. 2-4, 6, 11, 15). And some land! As in Genesis 15:18, Deuteronomy 1:7, and 11:24, the eastern boundary is the Euphrates River. You must get out your Bible atlas to believe or disbelieve it!1

But what is important to see is that this is the promise God made long ago to Abraham and company (Gen. 12:6-7; 13:14-15; 15:7, 18-21; 17:8; 24; 26:3-4; 28:13-14; 35:12; 48:3-4; 50:24). Hence the theological roots of Joshua 1 are sunk deeply into the soil of Genesis 12 and following, and that ancient promise is about to receive its contemporary fulfilment.

However, the context of the promise – ‘after the death of Moses’ (v. 1) – is particularly significant. ‘Moses my servant has died,’ Yahweh says, ‘and now, rise, cross over this Jordan… into the land which I am giving to them’ (v. 2). In order to appreciate this reference to Moses’ death, one must remember the pentateuchal tradition of the greatness of Moses.

Israel stood within an inch of her covenant death in Exodus 32–34; Moses was the only Israelite in covenant fellowship with Yahweh (this is the implication of Exodus 33:7-11 in context), and, as Israel’s mediator, he attached their destiny to his (33:16). Unlike prophets in general, Moses received revelation from Yahweh in the most direct manner (Num. 12:1-8). Indeed, Deuteronomy 34:10-12 (the three verses right before Joshua) makes crystal clear how incomparable Moses was. There was no one like Moses; no one as great as Moses until the One greater than Moses came.

And now Moses had died. You can imagine the dismay in Israel. Although you expected it, were informed of it, were prepared for it (Deut. 31), what do you do when the servant of God dies and a raging river lies between you and the land you are to inherit? (You might wonder if Moses died after all – he is mentioned eleven times in Joshua 1!) What do you have left when everything the first five books of the Bible have been preparing you for ends in a funeral?

It is against this background of the death of ‘Moses the Incomparable’ that the writer sets the continuity of Yahweh’s promise. ‘Moses my servant has died, so you must wait’ ? No. ‘You must weep’ ? No. But, ‘Rise, cross over … into the land.’ Moses may die; God’s promise lives on. There is the passing of an era yet the endurance of the promise. Yahweh’s fidelity does not hinge on the achievements of men, however gifted they may be, nor does it evaporate in the face of funerals or rivers.2

 

The Encouragement of Yahweh’s Presence (1:5, 9, 17)

Secondly, Joshua 1 highlights the encouragement of Yahweh’s presence. ‘I will be with you’ (v. 5). It is interesting to note that these simple words were spoken once before to a very reticent, backward, excuse-making, ask-George-not-me sort of fellow, that is, Moses, in Exodus 3:12, when he was called to face both Israel and pharaoh. The same God now gives the same assurance in similar threatening circumstances to Joshua. Indeed, a case can be made for the name Yahweh being intended as theological (or devotional) shorthand for the implications and message of the statement ‘I will be with you’ (see Exod. 3:14-15 in light of 3:12).3

Hence Moses has died, but Yahweh has not changed. He is still Yahweh, the God who is present with his servant and his people to help and deliver (contrast Hosea 1:9).

It is because of this assurance that Yahweh can exhort Joshua to ‘be strong and bold’ (vv. 6, 7, 9). Joshua is not told to grit his teeth and screw up his courage on his own; he is to be strong only because Yahweh is with him (v. 9) and not because Yahweh prefers leaders who are positive thinkers. Note how this assurance keeps reappearing throughout the book (2:24; 3:7, 10; 4:14; 6:27; 10:14, 42; 13:6; 14:12; 21:44; 23:3, 10).

A contemporary Christian reader might see this and say that’s all very nice for Joshua, but he was a noteworthy character; he had to lead all of Israel. What about the plain Christian like me? Is this promise for ordinary Christians? Look at the use of this promise in Hebrews 13:5-6:

Keep your life free from love of money, and be content with what you have; for he has said, ‘I will never fail you nor forsake you.’ Hence we can confidently say,

‘The Lord is my helper, I will not be afraid;

what can man do to me?’ [rsv].

Here the promise of Joshua 1:5 is applied to a Christian congregation. The promise of God’s abiding presence in Joshua 1 is also for you (note the ‘for’ in Hebrews 13:5b) and is the solution to the sin of covetousness and discontent, which in turn (note the ‘hence’ of Hebrews 13:6) leads to the great freedom of life without fear! There is nothing more essential for the people of God than to hear their God repeating to them amid all their changing circumstances, ‘I will be with you’ or ‘I will not forsake you.’

 

The Centrality of Yahweh’s Word (1:7-8)

The third theme we observe is the centrality of Yahweh’s word. Joshua is commanded to be especially strong and bold ‘to be careful to do according to all the torah (instruction) which Moses my servant commanded you’ (v. 7). God does not withhold the formula that leads to such obedience: ‘you shall meditate (mutter) over this torah document day and night, so that you will be careful to do according to all that is written in it’ (v. 8). Constant, careful absorbing of the word of God leads to obedience to it. Lack of study results in lack of obedience. Notice how the writer stresses this urgency of obedience to Yahweh’s word in the last chapters as well (22:5; 23:6; cf. 8:30-35).

This command is given specifically to Joshua as the leader of God’s people. Can we legitimately assume that it also obligates every Israelite or Christian? Yes. If we don’t like Joshua 1:7-8, we still have to face Psalm 1:2, which describes what should be true of every godly believer (i.e. ‘but his delight is in Yahweh’s torah, and in his torah he meditates day and night’ ). There is no escape! Indeed, the torah should be our delight. Life in the kingdom of God must be lived out of the Word of God. Joshua 1 and Psalm 1 alike tell us that a life pleasing to God does not arise from mystical experiences or warm feelings or from a new gimmick advocated in a current release from one of our evangelical publishers; no, it comes from the word God has already spoken and from obedience to that word.

 

The Unity of Yahweh’s People (1:12-18)

Finally, Joshua 1 uses much space to describe the unity of Yahweh’s people. One might think there is little theological meat in these verses, but when they are read in light of Numbers 32 they take on new significance. When the two (or two and one-half) tribes request Moses to assign them an inheritance to the east of the Jordan, Moses suspects that their query hides a fresh conspiracy to abort the fulfilment of God’s promise. In a flash of white heat he lambastes them as a ‘brood of sinful men’ (Num. 32:14), apparently content to possess their land now, sit out the Cis-jordan conquest, allow the other tribes to fend for themselves, and thus to discourage and dishearten (Num. 32:7) the majority of God’s people. So, Moses says, there will be another Kadesh-barnea! Numbers 13–14 all over again! It is in the light of the peril of rebellion against Yahweh that the unity of God’s people becomes so crucial (Num. 32:16-27).

Now perhaps we can see why the unity of all Israel portrayed in Joshua 1 was so critical. Here Reuben. Gad, and half-Manasseh are models of willing obedience and instruments of encouragement. Indifference on their part or snubbing their noses at the western tribes would have discouraged and disheartened the rest of God’s people and led to rebellion and unbelief. It is interesting to note the concern for ‘all Israel’ throughout the Book of Joshua (chs. 3–4; chs. 7–8; 10:29ff.; 22:12, 16; 23:2; 24:1).4

One can detect implications here for the doctrine and practice of the church – unity among God’s people is no idle luxury. This does not mean that we have to feel all sticky and gooey about each other, but it does mean that we must care enough that we don’t want any of the Lord’s children to get discouraged. It seems that such caring encouragement should take place in our public meetings (Heb. 10:25; see a beautiful example in 1 Sam. 23:16). And it is crucial because, ultimately, unity is a prerequisite for fidelity.

So Moses has died. But Yahweh has not left Israel – or us – orphans; we still have God’s promise, God’s presence, God’s Word, and God’s people. And that should be enough until the kingdom of God comes in power and great glory.

 

The Promise of God and the Last Three Funerals (24:29-33)

These verses seem to be a rather dry-as-dust way to end an otherwise interesting book: an obituary column for a conclusion. However, we should ask why the writer closes his book this way. Does he want merely to supply burial details, provide a ‘where they are now’ section about the main cast, or furnish information so that relatives can find the right graves for Veterans‘ Day each year? I propose that these are theological obituaries and that the writer has deliberately placed them at the end of the book to underscore his concerns.

 

The Veracity of Yahweh’s Promise

First, he emphasizes the veracity of Yahweh’s promise. Observe the places where Joshua, the bones of Joseph, and Eleazar are said to be buried (vv. 30, 32, 33). Obviously a definite location is given in each case, but the important point is that each of them is buried in the land that Yahweh promised them. They have died; but their tombstones are monuments to the fidelity of Yahweh to his promise of the land.

The reference to the ‘bones of Joseph’ is particularly interesting (v. 32). The Book of Genesis closes with Joseph clinging to God’s promise of the land. It is an astounding picture. Joseph is both over Egypt and in Egypt but certainly not of Egypt; for even as he dies his eyes are glued to another land, which Yahweh has promised. He is so taken with that promise – it is such a passion with him – that he requires his kin to take his bones to that land when God leads them out of Egypt (cf. Heb. 11:22), which they did (Exod. 13:19). And now (Josh. 24:32) they find their resting place.

A tremendous amount of time has elapsed since Abraham received the promise – 500 to 600 years! But, so our writer avers, the passage of time does not void the promises of God. Joshua, Joseph, Eleazar – these, being dead, yet speak.

 

The Test for Yahweh’s People

Secondly, our writer hints at the test for Yahweh’s people. Verse 31 seems to be both positive and negative: ‘Israel served Yahweh all the days of Joshua and all the days of the elders who outlived Joshua, who had known all the work of Yahweh that he had done for Israel.’ Here is a record of fidelity and a hint of wavering.

In this section we hear of the deaths of both Joshua and Eleazar. The Book of Joshua constantly links Eleazar and Joshua (14:1; 17:4; 19:51; 21:1) just as the Pentateuch links Aaron and Moses. Thus the deaths of Eleazar and Joshua signify the complete passing of that conquest generation. So the question lingers: Whither Israel? Will Israel still serve Yahweh now that Joshua and Eleazar and the elders are gone? In verse 31 the writer already seems to see the situation of Judges 2:10 and fears the answer is no.5

(Maybe that’s why he wrote this book – to depict the fidelity of Yahweh so that a wavering Israel might respond in kind before it was too late.)

Can the church remain faithful after the eyewitnesses are gone? That is no small test. Here is the continual danger of second-generation religion: Will we remain warm and faithful without the gentle pressure of our spiritual mentors on whom we once leaned? Although we ourselves have not seen the cutting off of the Jordan and the crumbling of Jericho, can we still cling to the God who did these acts?

 

The Need for Yahweh’s Victory

Third, perhaps we are not wrong in seeing here the need for Yahweh’s victory. True, these graves witness to the fulfilment of Yahweh’s promise and yet there is an incompleteness, a tragedy about it, since it is marked by death. Why does Israel’s saga of faith and life have to keep closing its chapters with death notices? Genesis ends with Joseph’s death. Deuteronomy ends with Moses’ death. The Book of Joshua ends with Joshua’s death. Is this not the sting of sin we see here amid the fidelity of God? Is this not a sign of the wrath of God against us (Ps. 90:9, 11-12)?

How much better when the One who ‘abolished death’ (2 Tim. 1:10) causes the last chapters to shimmer with resurrection (Matt. 28; Mark 16; Luke 24; John 20–21).

 

 

 

 

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