Perché la seconda ondata dell’influenza spagnola del 1918 fu così mortale

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Aggiornato: 29 aprile 2020

Originale: 3 marzo 2020

 

Perché la seconda ondata dell’influenza spagnola del 1918 fu così mortale

 

Il primo ceppo dell’influenza spagnola non fu particolarmente mortale. Poi, questa tornò in autunno, e fu come una rivincita

Dave Roos

 

L’orribile scala della pandemia di influenza del 1918, nota come “influenza spagnola“, è difficile da comprendere. Il virus infettò 500 milioni di persone in tutto il mondo, e provocò circa da 20 a 50 milioni di vittime, vale a dire più di tutti i soldati e i civili, assemblati insieme, uccisi durante la prima guerra mondiale.

Mentre la pandemia globale durò due anni, nell’autunno del 1918 ci fu un numero significativo di morti, nel corso di tre mesi particolarmente crudeli. Gli storici, al giorno d’oggi, credono che la gravità fatale della “seconda ondata” dell’influenza spagnola sia stata causata da un virus mutato, diffuso tramite i movimenti delle truppe in tempo di guerra.

 

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L’influenza spagnola, quando comparve per la prima volta, all’inizio del mese di marzo del 1918, aveva tutte le caratteristiche di un’influenza stagionale, sebbene avesse un ceppo altamente contagioso e virulento.

Uno dei primi casi registrati fu quello di Albert Gitchell, un cuoco dell’esercito americano a Camp Funston, nel Kansas, che fu ricoverato in ospedale con una febbre a 40°. Il virus si diffuse rapidamente attraverso l’installazione dell’esercito, sede di 54.000 soldati. Alla fine del mese, 1.100 militari erano stati ricoverati in ospedale, e 38 di questi erano morti, dopo aver sviluppato la polmonite.

 

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Le truppe statunitensi, mentre si schieravano in massa in Europa per lo sforzo bellico, portarono con loro l’influenza spagnola. Durante i mesi di aprile e maggio del 1918, il virus si diffuse come un incendio in Inghilterra, Francia, Spagna e Italia. Circa i tre/quarti dell’esercito francese rimasero infettati, nella primavera del 1918, e altrettanto successe per circa la metà delle truppe britanniche. Eppure, la prima ondata del virus non sembrava particolarmente mortale, con sintomi come febbre alta e malessere che, di solito, duravano appena tre giorni. Secondo i limitati dati dell’epoca sulla salute pubblica, i tassi di mortalità erano simili a quelli dell’influenza stagionale.

 

Da dove prese il nome l’influenza spagnola

È interessante notare che fu durante questo periodo che l’influenza spagnola prese il suo nome improprio.

La Spagna era neutrale, durante la prima guerra mondiale e, contrariamente ai suoi vicini europei, non impose alcuna censura alla stampa, in tempo di guerra. In Francia, Inghilterra e Stati Uniti, i giornali non erano autorizzati a riferire su qualsiasi cosa potesse ledere lo sforzo bellico, ivi comprese le notizie su un virus paralizzante che stava investendo le truppe. Poiché i giornalisti spagnoli furono tra i pochi a riferire del diffuso focolaio di influenza nella primavera del 1918, la pandemia divenne nota come “influenza spagnola”.

I casi segnalati di influenza spagnola si verificarono nell’estate del 1918 e, all’inizio di agosto, c’erano speranze che il virus avesse terminato il suo corso. A posteriori, quella fu solo la quiete prima della tempesta. Da qualche parte in Europa, era emerso un ceppo mutato del virus dell’influenza spagnola, che aveva il potere di uccidere un giovane o una donna perfettamente sani entro 24 ore dall’inizio della manifestazione dei primi segni di infezione.

Alla fine di agosto del 1918, le navi militari lasciarono la città portuale inglese di Plymouth, trasportando truppe che si ignorava fossero infette da questo nuovo e molto più mortale ceppo di influenza spagnola.

Quando queste navi arrivarono in città come Brest in Francia, Boston negli Stati Uniti e Freetown nell’Africa occidentale, iniziò la seconda ondata della pandemia globale.

“Il rapido movimento dei soldati in tutto il mondo fu uno dei principali fattori di diffusione della malattia”, afferma James Harris, storico della Ohio State University, che studia sia le malattie infettive che la prima guerra mondiale. “L’intero complesso industriale militare, nello spostare una moltitudine di uomini e di materiale in situazioni affollate, fu senz’altro un fattore che contribuì enormemente alla diffusione della pandemia”.

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Il virus uccise giovani, adulti e anziani

Vittime dell’influenza spagnola in un ospedale della caserma, nel campus del Colorado Agricultural College, Fort Collins, Colorado, 1918.

Collezione americana non-ufficiale di fotografie della prima guerra mondiale/PhotoQuest/Getty Images

 

Dal settembre al novembre del 1918, il tasso di mortalità per l’influenza spagnola salì alle stelle. Solo negli Stati Uniti, nel solo mese di ottobre, 195.000 americani morirono a causa dell’influenza spagnola. E a differenza di una normale influenza stagionale, che per lo più reclama vittime tra i soggetti giovanissimi e quelli molto anziani, la seconda ondata dell’influenza spagnola esibì quella che viene chiamata una “curva a W”, con un alto numero di morti giovani e anziani, ma anche un enorme picco nel mezzo, composto da soggetti di età compresa tra i 25 e i 35 anni, in piena forma.

“Ciò spaventò davvero la classe medica: il fatto che ci fosse questo picco atipico nel mezzo della W”, dice Harris.

 

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Non solo fu scioccante il fatto che morissero i giovani in buona salute, tra milioni di persone in tutto il mondo, ma lo fu anche il modo in cui costoro stavano morendo. Colpiti da febbre con vescicole, emorragie nasali e polmonite, i pazienti stavano affogando, coi loro polmoni pieni di liquido.

Solo decenni dopo, gli scienziati furono in grado di spiegare il fenomeno ora noto come “tempesta citochinica”. Quando il corpo umano viene attaccato da un virus, il sistema immunitario invia proteine ​​messaggere chiamate citochine, per favorire un’infiammazione adeguata. Ma alcuni ceppi dell’influenza, in particolare il ceppo H1N1, responsabile dell’epidemia di influenza spagnola, possono innescare un’eccessiva reazione immunitaria pericolosa in soggetti sani. In tali casi, il corpo è sovraccarico di citochine, che portano a gravi infiammazioni e all’accumulo fatale di liquido nei polmoni.

I medici militari britannici, che eseguivano autopsie sui soldati uccisi da questa seconda ondata di influenza spagnola, descrissero il grave danno ai polmoni come simile agli effetti della guerra chimica.

La mancanza di periodi di quarantena permise all’influenza di diffondersi e di crescere

Un’infermiera che controlla un paziente, nel reparto di influenza dell’ospedale Walter Reed, durante la pandemia di influenza, intorno al 1918.

Harris & Ewing/Underwood Archives/Getty Images

 

Harris ritiene che la rapida diffusione dell’influenza spagnola nell’autunno del 1918 sia stata almeno in parte imputabile ai funzionari della sanità pubblica, che non furono disposti a imporre quarantene durante la guerra. In Gran Bretagna, ad esempio, un funzionario del governo di nome Arthur Newsholme sapeva perfettamente che una chiusura rigorosa era il modo migliore per combattere la diffusione di quella malattia altamente contagiosa. Ma costui non volle rischiare di paralizzare lo sforzo bellico, tenendo a casa gli operai delle munizioni e gli altri civili.

Secondo la ricerca di Harris, Newsholme concluse che “i bisogni incessanti della guerra giustificano l’incorrere del rischio di diffondere l’infezione” e incoraggiano gli inglesi ad “andare avanti”, durante la pandemia.

La risposta della sanità pubblica alla crisi, negli Stati Uniti, venne ulteriormente ostacolata da una grave carenza di infermieri, poiché migliaia di infermieri erano nei campi militari, in prima linea. La carenza venne amplificata dal rifiuto della Croce Rossa Americana di usare infermiere afroamericane addestrate, fino a quando il momento peggiore della pandemia non fosse passato.

 

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La scienza medica non aveva gli strumenti

Ma uno dei motivi principali, per cui l’influenza spagnola causò così tante morti nel 1918, fu quello per cui la scienza semplicemente non aveva gli strumenti adatti a sviluppare un vaccino per il virus. I microscopi non potevano nemmeno vedere qualcosa di incredibilmente piccolo come un virus, prima degli anni ’30. Invece, i migliori professionisti medici del 1918 erano convinti che l’influenza fosse causata da un batterio soprannominato “bacillo di Pfeiffer”.

Dopo l’epidemia globale del 1890, un medico tedesco di nome Richard Pfeiffer scoprì che tutti i suoi pazienti infetti avevano un particolare ceppo di batteri, che lui chiamava H. influenzae. Quando la pandemia di influenza spagnola colpì, gli scienziati erano intenzionati a trovare una cura per il bacillo di Pfeiffer. Milioni di dollari vennero investiti in laboratori all’avanguardia, per sviluppare tecniche per testare e trattare l’H. Influenzae; ma tutto questo non servì a nulla.

“Questa fu una grande sventatezza per la scienza medica”, afferma Harris.

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Nel dicembre del 1918, la seconda mortale ondata dell’influenza spagnola era finalmente passata, ma la pandemia era tutt’altro che finita. Una terza ondata scoppiò in Australia nel gennaio del 1919 e poi, alla fine, tornò in Europa e negli Stati Uniti. Si ritiene che il presidente Woodrow Wilson abbia contratto l’influenza spagnola durante i negoziati di pace della prima guerra mondiale a Parigi, nell’aprile 1919.

Il tasso di mortalità della terza ondata fu alto quanto quello della seconda ondata, ma la fine della guerra, nel novembre 1918, rimosse le condizioni che consentivano alla malattia di diffondersi così ampiamente e così rapidamente. I decessi globali della terza ondata, pur essendo ancora in milioni, impallidirono rispetto alle perdite apocalittiche della seconda ondata.

 

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Dave Roos

 

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Updated: Apr 29, 2020

Original: Mar 3, 2020

 

Why the Second Wave of the 1918 Spanish Flu Was So Deadly

The first strain of the Spanish flu wasn’t particularly deadly. Then it came back in the fall with a vengeance.

Dave Roos

 

The horrific scale of the 1918 influenza pandemic—known as the “Spanish flu”—is hard to fathom. The virus infected 500 million people worldwide and killed an estimated 20 million to 50 million victims—that’s more than all of the soldiers and civilians killed during World War I combined.

While the global pandemic lasted for two years, a significant number of deaths were packed into three especially cruel months in the fall of 1918. Historians now believe that the fatal severity of the Spanish flu’s “second wave” was caused by a mutated virus spread by wartime troop movements.

 

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When the Spanish flu first appeared in early March 1918, it had all the hallmarks of a seasonal flu, albeit a highly contagious and virulent strain. One of the first registered cases was Albert Gitchell, a U.S. Army cook at Camp Funston in Kansas, who was hospitalized with a 104-degree fever. The virus spread quickly through the Army installation, home to 54,000 troops. By the end of the month, 1,100 troops had been hospitalized and 38 had died after developing pneumonia.

 

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As U.S. troops deployed en masse for the war effort in Europe, they carried the Spanish flu with them. Throughout April and May of 1918, the virus spread like wildfire through England, France, Spain and Italy. An estimated three-quarters of the French military was infected in the spring of 1918 and as many as half of British troops. Yet the first wave of the virus didn’t appear to be particularly deadly, with symptoms like high fever and malaise usually lasting only three days. According to limited public health data from the time, mortality rates were similar to seasonal flu.

 

How the Spanish Flu Got Its Name

Interestingly, it was during this time that the Spanish flu earned its misnomer. Spain was neutral during World War I and unlike its European neighbors, it didn’t impose wartime censorship on its press. In France, England and the United States, newspapers weren’t allowed to report on anything that could harm the war effort, including news that a crippling virus was sweeping through troops. Since Spanish journalists were some of the only ones reporting on a widespread flu outbreak in the spring of 1918, the pandemic became known as the “Spanish flu.”

Reported cases of Spanish flu dropped off over the summer of 1918, and there was hope at the beginning of August that the virus had run its course. In retrospect, it was only the calm before the storm. Somewhere in Europe, a mutated strain of the Spanish flu virus had emerged that had the power to kill a perfectly healthy young man or woman within 24 hours of showing the first signs of infection.

In late August 1918, military ships departed the English port city of Plymouth carrying troops unknowingly infected with this new, far deadlier strain of Spanish flu. As these ships arrived in cities like Brest in France, Boston in the United States and Freetown in west Africa, the second wave of the global pandemic began.

“The rapid movement of soldiers around the globe was a major spreader of the disease,” says James Harris, a historian at Ohio State University who studies both infectious disease and World War I. “The entire military industrial complex of moving lots of men and material in crowded conditions was certainly a huge contributing factor in the ways the pandemic spread.”

 

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Virus Killed the Young, Old and In-Between

Victims of the Spanish flu at a barracks hospital on the campus of Colorado Agricultural College, Fort Collins, Colorado, 1918.

American Unofficial Collection of World War I Photographs/PhotoQuest/Getty Images

 

From September through November of 1918, the death rate from the Spanish flu skyrocketed. In the United States alone, 195,000 Americans died from the Spanish flu in just the month of October. And unlike a normal seasonal flu, which mostly claims victims among the very young and very old, the second wave of the Spanish flu exhibited what’s called a “W curve”—high numbers of deaths among the young and old, but also a huge spike in the middle composed of otherwise healthy 25- to 35-year-olds in the prime of their life.

“That really freaked out the medical establishment, that there was this atypical spike in the middle of the W,” says Harris.

 

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Not only was it shocking that healthy young men and women were dying by the millions worldwide, but it was also how they were dying. Struck with blistering fevers, nasal hemorrhaging and pneumonia, the patients would drown in their own fluid-filled lungs.

Only decades later were scientists able to explain the phenomenon now known as “cytokine explosion.” When the human body is being attacked by a virus, the immune system sends messenger proteins called cytokines to promote helpful inflammation. But some strains of the flu, particularly the H1N1 strain responsible for the Spanish flu outbreak, can trigger a dangerous immune overreaction in healthy individuals. In those cases, the body is overloaded with cytokines leading to severe inflammation and the fatal buildup of fluid in the lungs.

British military doctors conducting autopsies on soldiers killed by this second wave of the Spanish flu described the heavy damage to the lungs as akin to the effects of chemical warfare.

 

Lack of Quarantines Allowed Flu to Spread and Grow

A nurse checking on a patient at the Walter Reed Hospital Flu Ward during the influenza pandemic, circa 1918.

Harris & Ewing/Underwood Archives/Getty Images

 

Harris believes that the rapid spread of Spanish flu in the fall of 1918 was at least partially to blame on public health officials unwilling to impose quarantines during wartime. In Britain, for example, a government official named Arthur Newsholme knew full well that a strict civilian lockdown was the best way to fight the spread of the highly contagious disease. But he wouldn’t risk crippling the war effort by keeping munitions factory workers and other civilians home.

According to Harris’s research, Newsholme concluded that “the relentless needs of warfare justified incurring [the] risk of spreading infection” and encouraged Britons to simply “carry on” during the pandemic.

The public health response to the crisis in the United States was further hampered by a severe nursing shortage as thousands of nurses had been deployed to military camps and the front lines. The shortage was worsened by the American Red Cross’s refusal to use trained African American nurses until the worst of the pandemic had already passed.

 

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Medical Science Didn’t Have the Tools

But one of the chief reasons that the Spanish flu claimed so many lives in 1918 was that science simply didn’t have the tools to develop a vaccine for the virus. Microscopes couldn’t even see something as incredibly small as a virus until the 1930s. Instead, top medical professionals in 1918 were convinced that the flu was caused by a bacterium nicknamed “Pfeiffer’s bacillus.”

After a global flu outbreak in 1890, a German physician named Richard Pfeiffer found that all of his infected patients carried a particular strain of bacteria he called H. influenzae. When the Spanish flu pandemic hit, scientists were intent on finding a cure for Pfeiffer’s bacillus. Millions of dollars were invested in state-of-the-art labs to develop techniques for testing for and treating H. influenzae, all of it for naught.

“This was a huge distraction for medical science,” says Harris.

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By December 1918, the deadly second wave of the Spanish flu had finally passed, but the pandemic was far from over. A third wave erupted in Australia in January 1919 and eventually worked its way back to Europe and the United States. It’s believed that President Woodrow Wilson contracted the Spanish flu during the World War I peace negotiations in Paris in April 1919.

The mortality rate of the third wave was just as high as the second wave, but the end of the war in November 1918 removed the conditions that allowed the disease to spread so far and so quickly. Global deaths from the third wave, while still in the millions, paled in comparison to the apocalyptic losses during the second wave.

 

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Dave Roos

 

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