Quando la prima guerra mondiale, la pandemia e la recessione si conclusero, gli americani balzarono nei ruggenti anni venti

https://www.history.com/news/pandemic-world-war-i-roaring-twenties

H. Armstrong Roberts/ClassicStock/Getty Images

 

Aggiornato: 28 aprile 2020

Originale: 24 aprile 2020

 

 

Quando la prima guerra mondiale, la pandemia e la recessione si conclusero, gli americani balzarono nei ruggenti anni venti

 

Dopo aver sopportato i tempi bui, gli americani furono ansiosi di ripresentarsi sulla scena.

Dave Roos

 

La morte e la distruzione senza precedenti, causate dalla Prima Guerra Mondiale, livellarono le economie di tutto il mondo; ma, negli Stati Uniti, la situazione era diversa. In effetti, gli anni dal 1914 al 1918 furono per lo più gli anni del boom, per gli Stati Uniti, poiché il governo federale versò del denaro nell’economia della guerra. Gli Stati Uniti, che erano già stati una nazione debitrice, emersero dalla guerra come la principale economia finanziaria e, probabilmente, la più forte e la più vibrante del mondo.

Ma anche quel boom in tempo di guerra non può spiegare completamente ciò che successe dopo. In qualche modo, nonostante una pandemia di influenza globale che uccise 675.000 americani tra il 1918 e il 1919, nonché una depressione che sventrò l’economia nel 1920 e nel 1921, gli Stati Uniti non solo si ripresero, ma entrarono in un decennio di crescita e prosperità che non si era mai visto. Gli americani iniziarono a fare grandi spese: si erano accesi i ruggenti anni Venti.

 

Il “piccolo boom” prima della rovina

La Federal Reserve, creata nel 1913, fletté i propri muscoli di politica monetaria per la prima volta, durante la Prima Guerra Mondiale. Dato che il pubblico americano non era disposto a finanziare lo sforzo bellico attraverso le tasse, intervenne la Fed, stampando più denaro. Il risultato, nel 1918, fu un’inflazione in fuga.

Un paio di scarpe, che costava $3 prima della guerra, dopo costava $10 o $12.

Gli economisti annunciarono un crollo nel dopoguerra, quando gli ordini delle fabbriche militari si esaurirono dopo l’armistizio del 1918. A complicare la fine dell’economia bellica fu la diffusione della cosiddetta “influenza spagnola”, un virulento contagio che non solo uccise centinaia di migliaia di americani dall’autunno del 1918 alla primavera del 1919, ma abbatté le attività commerciali, da costa a costa.

Incredibilmente, le terribili previsioni economiche del dopoguerra non si avverarono. Almeno, non immediatamente. I consumatori americani, che avevano patriotticamente risparmiato e lesinato durante la guerra, iniziarono a godersi la vita. Anche gli europei lo fecero, spendendo $8 miliardi in esportazioni dall’America. Aumentò l’inflazione, così come i prezzi, ma i consumatori erano disposti a pagare qualsiasi somma, per un assaggio di libertà.

“Invece del crollo deflazionistico ampiamente previsto, l’economia visse un piccolo boom inflazionistico, tanto che tutti poterono respirare”, afferma James Grant, autore di The Forgotten Depression: 1921: The Crash that Cured Itself. “Avvenne l’inevitabile, ma non nei tempi previsti.”

 

Una depressione, seppure non ‘grande’

Interno della Borsa di New York, circa 1920.

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Per combattere l’inflazione alle stelle, la Fed continuò ad aumentare il suo tasso di interesse di sconto, per rendere i prestiti più costosi. Nel 1920, il tasso di interesse aveva raggiunto il 7%, che Grant definisce “orribilmente alto”.

I tempi non erano buoni, quando la Fed ebbe l’idea giusta. La bolla inflazionistica a sorpresa del dopoguerra stava per scoppiare. Settore per settore, mercato per mercato, i prezzi cominciarono a precipitare con l’esaurirsi della domanda dei consumatori, che prima era stata esuberante. E, con i tassi di interesse alle stelle, le aziende non potevano permettersi di prendere del denaro in prestito, per rimanere a galla.

Grant sostiene che la Fed avrebbe potuto assolutamente intervenire, tagliando i tassi di interesse, e che il Congresso avrebbe potuto approvare corposi pacchetti di stimolo, per sostenere le imprese in fallimento; ma invece, i leader statunitensi scelsero la strada del laissez-faire.

Benjamin Strong, all’epoca influente governatore della Federal Reserve Bank di New York, prevedeva chiaramente gli effetti dell’inazione sull’economia.

“Credo che questo periodo sarà accompagnato da un notevole grado di disoccupazione, ma non per molto tempo”, scrisse costui nel febbraio del 1919. “E credo che, dopo un anno o due di disagi, di imbarazzo, di alcune perdite e di alcuni disturbi causati dalla disoccupazione, emergeremo con una posizione finanziaria quasi invincibile… e saremo in grado di esercitare un’ampia e importante influenza nel riportare il mondo a una condizione normale e vivibile”.

E questo è esattamente ciò che successe. La depressione del 1920 e del 1921 durò 18 mesi, quella che Grant definisce come “una depressione brutalmente dura, ma molto efficiente”. Il mercato azionario perse quasi la metà del suo valore, la disoccupazione raggiunse il 19% e innumerevoli attività commerciali fallirono, tra cui Truman & Jacobson, un negozio di abbigliamento maschile a Kansas City, di cui era comproprietario Harry Truman, il futuro presidente degli Stati Uniti.

 

Una nazione ‘In vendita’

L’amara pillola economica prescritta da Strong funzionò come previsto, e i prezzi scesero. E, nel 1921, il neo-nominato Segretario del Tesoro, il ricco industriale Andrew Mellon, spinse la Fed ad abbassare definitivamente i tassi di interesse.

Con i prezzi dei beni sgonfiati e con minori costi di finanziamento, “Il paese era in vendita”, afferma Grant.

Gli investitori stranieri inondarono di oro l’economia, e ciò fornì il capitale per far ripartire il mercato interno.

“I mercati liberi furono il loro faro”, afferma Grant. “L’oro affluì nel Paese, per trarre profitto dall’imminente boom, che ci fu di sicuro: gli anni ’20 ‘ruggirono’ davvero”.

 

Ritorno alla ‘Normalità’ in grande stile

Addetti alla catena di montaggio all’interno dello stabilimento Ford Motor Company a Dearborn, Michigan, 1928.

Hulton Archive / Getty Images

 

I ruggenti anni ’20 meritano il loro nome: dal 1921 al 1929, l’economia americana crebbe del 42%.

Ma gli storici dell’economia sostengono che i fattori che resero così redditizio quel decennio furono un’anomalia, piuttosto che un ritorno alla normalità.

Anche i più grandi progressi tecnologici degli anni ’20 – l’elettrificazione diffusa di case e fabbriche, l’introduzione di elettrodomestici come frigoriferi e lavatrici, la rapida adozione di automobili, la crescita di stazioni radio commerciali e dei cinema – erano in fase di sviluppo, già prima che la guerra cliccasse il pulsante “pausa”.

“La guerra potrebbe aver accelerato lo sviluppo degli aerei; ma, in generale, negli anni ’20, si tornò alla normale crescita economica e al normale ciclo economico”, afferma Hugh Rockoff, professore di storia economica alla Rutgers University.

 

Il ruggito dei ruggenti anni ‘20 viene messo a tacere

Gran parte della ricchezza stellare degli anni ’20 venne costruita su una traballante base di crediti facili e di speculazioni sul mercato azionario. La stessa filosofia laissez-faire del governo, che raddrizzò l’economia nel 1921, non riuscì a scongiurare il crollo del mercato azionario del 1929, e impedì alle banche americane non regolamentate di andare a gonfie vele.

Dopo la grande ripresa successiva alla guerra e la pandemia, gli americani ora affrontarono la Grande Depressione.

 

Di

Dave Roos

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https://www.history.com/news/pandemic-world-war-i-roaring-twenties

 

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Updated: Apr 28, 2020

Original: Apr 24, 2020

 

When WWI, Pandemic and Slump Ended, Americans Sprung Into the Roaring Twenties

After enduring dark times, Americans were eager for a comeback.

Dave Roos

 

The unprecedented death and destruction wrought by World War I leveled economies the world over, but the situation was different in the United States.

In fact, 1914 to 1918 were mostly boom years for the U.S. as the federal government poured money into the wartime economy. Previously a debtor nation, the U.S. emerged from the war as a chief lender and arguably the strongest and most vibrant economy in the world.

But even that wartime boom doesn’t fully explain what happened next. Somehow, despite a global flu pandemic that killed 675,000 Americans in 1918 and 1919, and a depression that gutted the economy in 1920 and 1921, the United States not only recovered but entered into a decade of unprecedented growth and prosperity. Americans began a spending spree: the Roaring Twenties was on.

 

The ‘Boomlet’ Before the Bust

The Federal Reserve, created in 1913, flexed its monetary policy muscles for the first time during World War I. Since the American public was unwilling to fund the war effort through taxes, the Fed did it by printing more money. The result by 1918 was runaway inflation. A pair of shoes that cost $3 before the war now cost $10 or $12.

Economists predicted a post-war crash as military factory orders dried up after the 1918 Armistice. Compounding the end of the wartime economy was the spread of the so-called “Spanish flu,” a virulent contagion which not only killed hundreds of thousands of Americans from the fall of 1918 to the spring of 1919, but shuttered businesses from coast to coast.

Incredibly, the dire post-war economic predictions didn’t come true. At least not immediately. American consumers, who had patriotically scrimped and saved during wartime, began to live it up. Europeans also joined in, purchasing $8 billion in exports from America. Inflation ticked upward, and so did prices, but consumers were willing to pay anything for a taste of freedom.

“Instead of the deflationary slump widely expected, the economy experienced an inflationary boomlet, and everybody exhaled,” says James Grant, the author of The Forgotten Depression: 1921: The Crash that Cured Itself. “The inevitable did happen, but it didn’t happen on schedule.”

 

Not ‘Great,’ But Still a Depression

Interior of New York Stock Exchange, circa 1920.

Library of Congress/Corbis/VCG/Getty Images

 

To combat skyrocketing inflation, the Fed kept raising its discount interest rate to make borrowing more expensive. By 1920, the interest rate had reached 7 percent, what Grant calls “horrifically high.”

While the Fed had the right idea, the timing was not good. The surprise post-war inflationary bubble was about to burst. Sector by sector, market by market, prices began to plummet as the once-exuberant consumer demand dried up. And with interest rates sky high, businesses couldn’t afford to borrow money to stay afloat.

Grant argues that the Fed absolutely could have intervened by slashing interest rates, and Congress could have passed fat stimulus packages to prop up failing industries, but instead, U.S. leaders chose the path of laissez-faire.

Benjamin Strong, the influential governor of the Federal Reserve Bank of New York at the time, was clear-eyed in his prediction of what inaction would do to the economy.

“I believe that this period will be accompanied by a considerable degree of unemployment, but not for very long,” he wrote in February of 1919. “And that after a year or two of discomfort, embarrassment, some losses, some disorders caused by unemployment, we will emerge with an almost invincible banking position… and be able to exercise a wide and important influence in restoring the world to a normal and livable condition.”

And that’s precisely what happened. The depression of 1920 and 1921 lasted 18 months, what Grant calls a “brutally hard, but very efficient depression.” The stock market lost nearly half its value, unemployment reached 19 percent, and countless businesses went bankrupt, including Truman & Jacobson, a men’s clothing store in Kansas City co-owned by future U.S. president Harry Truman.

 

A Nation ‘On Sale’

The bitter economic pill prescribed by Strong worked as intended, and prices came down. And in 1921, the newly appointed Secretary of the Treasury, wealthy industrialist Andrew Mellon, pressed the Fed to finally lower interest rates.

With deflated prices for goods and lower borrowing costs, “The country was on sale,” says Grant. Foreign investors flooded the economy with gold and that provided the capital to get the ball rolling again domestically.

“Free markets were their own beacon,” says Grant. “Gold rushed into the country to profit by the coming boom, and sure enough there was a boom, and the 1920s really ‘roared.’”

 

Back to ‘Normal’ in a Big Way

Assembly line workers inside the Ford Motor Company factory at Dearborn, Michigan, 1928.

Hulton Archive/Getty Images

 

The Roaring Twenties deserves its name—the U.S. economy grew by 42 percent from 1921 to 1929. But economic historians argue that the factors that made the decade so profitable were less of an anomaly than a return to normalcy.

Even the biggest technological advances of the 1920s—widespread electrification of homes and factories, the introduction of household appliances like refrigerators and washing machines, rapid adoption of the automobile, the growth of commercial radio stations and cinemas—were in development before World War I hit the “pause” button.

“The war may have accelerated development of aircraft, but in general, in the 1920s you got back to normal economic growth and normal economic business cycle,” says Hugh Rockoff, a professor of economic history at Rutgers University.

 

The Roar of the Roaring Twenties Is Silenced

Much of the skyrocketing wealth of the 1920s was built on a shaky foundation of easy credit and stock market speculation. The same laissez-faire governing philosophy that righted the economic ship in 1921 failed to avert the 1929 stock market crash and prevent unregulated American banks from going belly up.

After a great exhale following war and pandemic, Americans now faced the Great Depression.

 

By

Dave Roos

 

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