Quando lo scoppio della febbre gialla del 1793 costrinse i ricchi a fuggire da Filadelfia

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11 giugno, 2020

 

Quando lo scoppio della febbre gialla del 1793 costrinse i ricchi a fuggire da Filadelfia

Tra i residenti neri di Filadelfia, molti rimasero indietro e furono arruolati per prendersi cura dei malati.

Sarah Pruitt

 

Durante l’estate calda e umida del 1793, migliaia di cittadini di Filadelfia si ammalarono gravemente, soffrendo di febbre, brividi, pelle itterica, dolori di stomaco e vomito tinto di nero dal sangue.

Alla fine di agosto, quando sempre più persone iniziarono a morire per questa misteriosa afflizione, i residenti più ricchi della capitale della nazione stavano fuggendo a frotte. La libera comunità nera della città, nel frattempo, rimase in gran parte indietro, e molti furono arruolati per aiutare a curare i malati.

“È chiamata febbre gialla, ma non è nulla di cui i medici abbiano mai conosciuto o letto”, scrisse il Segretario di Stato Thomas Jefferson nel settembre 1793.

 

Dibattito sulle cause della febbre gialla

Il molo di Arch Street a Filadelfia, dove furono identificati alcuni dei primi casi.

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All’epoca, nessuno conosceva le cause della febbre gialla, né come questa si diffondesse. Alcuni pensavano che fosse stata portata a Filadelfia da una nave che trasportava i rifugiati francesi fuggiti dopo una ribellione di schiavi a Santo Domingo (ora Haiti). Altri, tra cui il principale medico della città, il dottor Benjamin Rush, credevano che essa fosse originata dalle cattive condizioni sanitarie e dall’aria contaminata della città stessa.

Comunque fosse arrivata la malattia, nel 1793 i cittadini di Filadelfia cercarono disperatamente di evitarla.

Cominciarono così a tenersi a distanza gli uni dagli altri, evitando persino di stringere la mano. Si coprivano il viso con fazzoletti imbevuti di aceto o tabacco affumicato, che pensavano avrebbero impedito loro di respirare l’aria contaminata.

 

I soggetti benestanti fuggono dalla città

Coloro che avevano i mezzi per lasciare la città lo fecero rapidamente, incluso lo stesso dr. Jefferson.

Il presidente George Washington, tornato nella sua amata tenuta di Mount Vernon, attribuì la sua fuga alle preoccupazioni di sua moglie Martha.

Alexander Hamilton contrasse la febbre gialla all’inizio dell’epidemia, e lasciò la città con la sua famiglia, in direzione della loro casa estiva, a pochi chilometri di distanza. Anche la moglie di Hamilton, Eliza, si ammalò presto e i loro figli furono evacuati nella casa dei genitori di Eliza ad Albany, New York. Si ripresero entrambi sotto la cura del dottor Edward Stevens, un amico d’infanzia di Hamilton di St. Croix, che incontrò di nuovo a Filadelfia.

 

GUARDA: “Hamilton: Costruendo l’America” su HISTORY Vault

 

Tra l’esodo di massa di circa 20.000 Filadelfi – all’epoca, quasi la metà della popolazione totale della città – durante l’epidemia di febbre gialla, vi erano molti medici della città, terrorizzati dal pericolo di ammalarsi.

Ma Rush, il medico professionista più importante del Paese, nonché firmatario della Dichiarazione di Indipendenza, rimase indietro, lavorando instancabilmente per trattare allo stesso modo i pazienti ricchi e quelli poveri. Rush perse sua sorella, a causa della malattia, e si ammalò egli stesso, anche se poi si riprese.

 

Controversi metodi di trattamento

Il Dr. Benjamin Rush

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Nonostante tutti i suoi sforzi, Rush aveva una imperfetta conoscenza della febbre gialla, così come chiunque altro, in quel momento. I suoi trattamenti, innegabilmente duri – tra cui il salasso, la “Polvere Sudorosa Mercuriale” e il vomito forzato – non frenarono la diffusione della malattia, e i critici sostennero che le sue terapie aumentassero solo la sofferenza dei suoi pazienti.

Questi critici includevano Hamilton, che impugnò la sua penna per diffondere i metodi più delicati prescritti dal suo stesso medico, che prevedevano il fare bagni freddi, bere vino Madeira e brandy caldo e ingerire grandi quantità di chinino (ossia, la “Corteccia peruviana”), secondo il biografo Ron Chernow.

Tuttavia, l’approccio omeopatico di Stevens si rivelò poco più efficace dei metodi più tradizionali di Rush, e la febbre gialla continuò a diffondersi. La malattia, al momento della sua scomparsa, nel novembre 1793, aveva ucciso 5.000 persone, ossia circa un decimo della popolazione di Filadelfia in quel momento, e aveva infettato centinaia di migliaia di altre persone. Nonostante le approfondite ricerche sulla malattia nei decenni successivi all’epidemia, ci sarebbe voluto più di un secolo – oltre che un selvaggio focolaio tra le truppe che combattevano la guerra ispano-americana – prima che il Dr. Walter Reed dimostrasse, nel 1900, che le zanzare portavano la febbre gialla.

 

La libera comunità nera di Filadelfia si prende cura dei malati

“I genitori abbandonano i loro figli non appena questi si infettano, e in ogni stanza in cui entri non vedi altro che un nero solitario o una donna, vicini ai malati”, scrisse Rush a sua moglie Julia, che si trovava a Princeton, nel New Jersey, con i figli della coppia, durante l’epidemia del 1793. “Molte persone spingono i loro genitori in strada, non appena questi si lamentano di un mal di testa”.

Come indica la sua lettera, Rush arruolò i membri della libera comunità afroamericana di Filadelfia per curare molte delle vittime della febbre e per fare gran parte del lavoro essenziale, necessario per far andare avanti la città durante l’epidemia. Lui e altri medici bianchi, inizialmente (ed erroneamente) credevano che gli afroamericani fossero immuni alla febbre gialla, a causa di presunte differenze biologiche basate sulla razza.

Rush era un ardente abolizionista, e aveva sostenuto gli sforzi della comunità nera della città per formare le proprie chiese, in segno di protesta per la segregazione di quelle a guida bianca. Guidati da Richard Allen, il co-fondatore della Chiesa Episcopale Metodista africana, e il suo collega ministro Absalom Jones, i volontari neri fornirono la propria cruciale collaborazione, durante l’epidemia di febbre gialla di Filadelfia.

Quando l’editore Matthew Carey, che faceva parte del comitato sanitario della città, pubblicò il suo resoconto dell’epidemia a partire dall’ottobre 1793, egli accusò i membri della libera comunità nera di Filadelfia di trarre profitto dall’epidemia, riportando che costoro rubavano persino dalle case delle vittime. In risposta, Allen e Jones pubblicarono il loro opuscolo agli inizi del 1794, confutando nei dettagli queste accuse.

Includendo le testimonianze oculari del lavoro svolto dai filadelfi neri per curare i pazienti, insieme alla dettagliata documentazione di pagamenti e spese, i due ministri costrinsero Carey a rivedere la sua cronaca dell’epidemia nelle edizioni successive.

Il lavoro di Allen e Jones fu il primo opuscolo protetto da copyright, scritto da autori neri, nella storia della Nazione. Intitolato “A Narrative of the Proceedings of the Black People, Durante il Late Awful Calamity a Philadelphia, nell’anno 1793”, esso documentò il razzismo e l’inadeguato trattamento che gli afroamericani liberi subirono, anche se essi giocarono un ruolo cruciale nella lotta contro la più grave epidemia per malattia nella storia dell’ancora giovane Nazione.

 

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Sarah Pruitt

 

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Jun 11, 2020

 

When the Yellow Fever Outbreak of 1793 Sent the Wealthy Fleeing Philadelphia

Many of Philadelphia’s black residents stayed behind and were enlisted to care for the sick.

Sarah Pruitt

During the hot, humid summer of 1793, thousands of Philadelphians got horribly sick, suffering from fevers and chills, jaundiced skin, stomach pains and vomit tinged black with blood.

By the end of August, as more and more people began dying from this mysterious affliction, wealthier residents of the nation’s capital were fleeing in droves. The city’s free black community, meanwhile, largely stayed behind and many were enlisted to help care for the sick.

“It is called a yellow fever, but is like nothing known or read of by the Physicians,” wrote Secretary of State Thomas Jefferson in September 1793.

 

Debate Over Yellow Fever’s Causes

Arch Street Wharf in Philadelphia, where some of the first cases were identified.

Bettmann Archive/Getty Images

 

At the time, no one knew what caused yellow fever, or how it spread. Some thought it had been brought to Philadelphia by a ship bearing French refugees from a slave rebellion in Santo Domingo (now Haiti). Others—including the city’s leading physician, Dr. Benjamin Rush—believed it originated in the poor sanitary conditions and contaminated air of the city itself.

However the disease had arrived, Philadelphians in 1793 desperately sought to avoid getting it. They began keeping their distance from each other and avoided shaking hands. They covered their faces with handkerchiefs dipped in vinegar or smoked tobacco, which they thought would prevent them from breathing in contaminated air.

 

The Well-to-Do Exit the City

Those who had the means to leave the city quickly did so, including Jefferson himself. President George Washington, who returned to his beloved Mount Vernon estate, blamed his exit on the concerns of his wife, Martha.

Alexander Hamilton contracted yellow fever early in the epidemic, and he and his family left the city for their summer home a few miles away. Hamilton’s wife, Eliza, soon fell ill as well, and their children were evacuated to Eliza’s parents home in Albany, New York. They both recovered under the care of Dr. Edward Stevens, a boyhood friend of Hamilton’s from St. Croix whom he met again in Philadelphia.

 

WATCH: ‘Hamilton: Building America’ on HISTORY Vault

 

Among the mass exodus of some 20,000 Philadelphians—nearly half the city’s total population at the time—during the yellow fever epidemic were many of the city’s doctors, who were terrified of getting ill themselves. But Rush, the country’s most prominent medical professional and a signer of the Declaration of Independence, stayed behind, working tirelessly to treat rich and poor patients alike. Rush lost his sister to the disease and even fell ill himself, although he recovered.

 

Controversial Treatment Methods

Dr. Benjamin Rush

Smith Collection/Gado/Getty Images

 

Despite all his efforts, Rush had just a flawed understanding of yellow fever as anyone else at the time. His undeniably harsh treatments—including bloodletting, “Mercurial Sweating Powder,” and forced vomiting—did not curb the spread of the disease, and critics argued it only increased his patients’ suffering. These critics included Hamilton, who took up his pen to spread the word of the gentler methods prescribed by his own doctor, which involved taking cold baths, drinking Madeira wine and hot brandy and ingesting large amounts of quinine (aka “Peruvian bark”), according to biographer Ron Chernow.

Stevens’ homeopathic approach proved little more effective than Rush’s more traditional methods, however, and yellow fever continued to spread. By the time it subsided in November 1793, the disease had killed 5,000 people, or about one-tenth of Philadelphia’s population at the time, and infected hundreds of thousands of others. Despite extensive research on the disease in the decades that followed the epidemic, it would take more than a century—and a savage outbreak among troops fighting the Spanish-American War—before Dr. Walter Reed proved in 1900 that mosquitoes carried yellow fever.

 

Philadelphia’s Free Black Community Care for the Sick

“Parents desert their children as soon as they are infected, and in every room you enter you see no person but a solitary black man or woman near the sick,” Rush wrote to his wife, Julia, who was in Princeton, New Jersey, with the couple’s children, during the 1793 epidemic. “Many people thrust their parents into the street as soon as they complain of a headache.”

As his letter indicates, Rush enlisted members of Philadelphia’s free African-American community to treat many of the fever’s victims as well as do much of the essential labor necessary to keep the city going during the epidemic. He and other white physicians initially (and wrongly) believed African Americans were immune to yellow fever due to supposed biological differences based on race.

Rush was an ardent abolitionist, and had been supportive of the efforts of the city’s black community to form their own churches in protest over the segregation of white-led ones. Led by Richard Allen, the co-founder of the African Methodist Episcopal Church, and his fellow minister Absalom Jones, black volunteers provided crucial labor during Philadelphia’s yellow fever epidemic.

When the publisher Matthew Carey, who served on the city’s health committee, issued his account of the epidemic beginning in October 1793, he accused members of Philadelphia’s free black community of profiting off the epidemic, even stealing from the houses of fever victims. In response, Allen and Jones published their own pamphlet in early 1794 refuting these accusations in detail. By including eyewitness testimony of the work black Philadelphians did to treat patients, along with detailed documentation of payments and expenses, the two ministers forced Carey to revise his chronicle of the epidemic in later editions.

Allen and Jones’ work was the first copyrighted pamphlet written by black authors in the nation’s history. Titled A Narrative of the Proceedings of the Black People, During the Late Awful Calamity in Philadelphia, in the Year 1793, it documented the racism and poor treatment that free African Americans experienced, even as they played a crucial role in combating the most serious epidemic of disease in the history of the still-young nation.

 

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Sarah Pruitt

 

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